Schlein, Conte e il tavolo che non s’ha da fare: quando la polemica conta più del dialogo

Più retorica che confronto: il centrosinistra si nasconde dietro i veti

Più che la volontà di tenere aperto un confronto istituzionale, dal comportamento delle opposizioni emerge soprattutto il bisogno di lasciare aperto il fronte della polemica. È questa l’impressione che si ricava dal rifiuto quasi compatto dell’invito rivolto dalla premier Giorgia Meloni a un tavolo sulla politica internazionale in una fase delicatissima.

A parole tutti parlano della gravità del momento e la necessità di uno scambio di informazioni con il governo. Nei fatti, però, quando quel confronto viene proposto in forma concreta, gran parte del centrosinistra si ritrae. E così il nodo politico diventa evidente: più che discutere nel merito, una parte dell’opposizione sembra voler preservare la comodità dell’attacco da lontano, senza assumersi il peso di un confronto diretto.

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Il no delle opposizioni

Le opposizioni dicono sì a un canale aperto con il governo, ma no a un tavolo stabile a Palazzo Chigi. M5s e Avs parlano di «passerelle per le tv a Palazzo Chigi», mentre, salvo Azione, il resto del campo largo resta su una posizione di chiusura, pur con sfumature diverse. Il punto però non cambia: il governo apre uno spazio di confronto e il centrosinistra, quasi per intero, sceglie di non percorrerlo. È qui che affiora la contraddizione più evidente. Se davvero serve uno scambio di informazioni e vedute, allora il problema non sembra essere il principio del dialogo, ma il dialogo stesso.

Il Pd alza l’asticella, ma non spiega cosa manca

Giuseppe Conte è netto: «Lo scambio di informazioni col governo è necessario. Ma per lo scambio istituzionale la sede è il Parlamento. La passerella a Chigi a cosa serve?». Sulla stessa linea Angelo Bonelli, secondo cui il tavolo «non è percorribile» perché la premier continua a non condannare gli Usa. Più significativa, però, è la posizione del Pd. Elly Schlein mette come condizione una presa di posizione netta nei confronti dell’amministrazione Usa. Stefano Bonaccini dice che «la condanna dell’attacco in Iran è un presupposto necessario per sedersi allo stesso tavolo».

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Ed è qui che emerge la debolezza della linea dem. Se la premier ha già criticato l’attacco di Usa e Israele all’Iran dicendo che è fuori dal diritto internazionale, allora che cosa dovrebbe fare o dire di più? Il Pd non lo chiarisce. E proprio questa mancanza rende la sua posizione fragile: se una condanna non basta mai, ma non si dice mai quale ulteriore passo servirebbe, il sospetto è che non si stia cercando un chiarimento, ma un pretesto per continuare la polemica.

Calenda isolato, Renzi cerca un’altra spiegazione

Carlo Calenda resta l’unico ad accettare l’invito della premier e attacca il campo largo, sostenendo che Conte abbia trascinato Schlein sul no. Matteo Renzi, invece, prova a spostare il discorso sul referendum, dicendo che il tavolo viene proposto proprio nella settimana della discussione referendaria. Ma anche questo argomento appare debole. È normale che un tavolo del genere venga proposto ora, in una fase segnata dall’attacco all’Iran e dalle sue conseguenze. Prima non c’era questo stesso scenario. Tirare in ballo il referendum sembra allora più un alibi che una vera ragione.

Alla fine il quadro è chiaro: il governo apre un canale di confronto, le opposizioni lo respingono. Conte e Bonelli lo fanno apertamente, il Pd con un linguaggio più misurato ma con la stessa sostanza. E così prende forma il sospetto politico più forte: più che cercare il dialogo, una parte dell’opposizione sembra voler continuare ad attaccare il governo con polemiche sterili, senza discutere davvero nel merito e senza avanzare proposte serie. È qui che l’iniziativa di Meloni finisce per smascherarli.

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