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Conte vede il fantasma di Draghi e dice sì al Mes

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«L’Italia non ha firmato alcuna attivazione del Mes: non ha bisogno del Mes perché lo ritiene totalmente inadeguato e inadatto all’emergenza che stiamo vivendo» (10 aprile 2020). «Attendere prima di valutare se questa nuova linea di credito sarà collegata a meccanismi e procedure diversi da quelli originari. Se questo nuovo strumento finanziario presenterà caratteristiche effettivamente differenti dal Mes, per come finora utilizzato» (15 aprile 2020). Sta in questi cinque giorni l’alfa e l’omega del ‘contismo’ cioè l’arte di rimanere al governo.

Il premier Giuseppe Conte ci ha abituato ai cambi di idee

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Dai porti chiusi ai porti aperti, dalla Lega al Pd, da Salvini a Franceschini, da sforiamo il debito ai conti in regola. A strambate simili, mi raccomando leggete bene: strambate cioè nel gergo marinaro virare o cambiare direzione, Conte è avvezzo. Ma certamente l’ultima sul Mes fa un certo effetto. Lui che aveva sempre affermato che il MES «non ci interessa» e che senza eurobond «faremo da soli», arrivando anche a chiedere in tono minaccioso il cambio delle regole del bilancio europeo, tranne poi fare prontamente rettifica, adesso utilizza il più classico dei classici detti: calma e gesso, prima andiamo a vedere di cosa si tratta e poi decidiamo se usare o meno il MES.

Una virata poderosa che forse nessuno di aspettava, o meglio si attendeva in maniera così repentina visto che soltanto qualche giorno prima in una diretta tv, puntando il dito contro l’opposizione (Meloni-Salvini) colpevole di diffondere fake news e di dividere il Paese, aveva spiegato che al MES l’Italia non guarda proprio e che il nostro obiettivo rimangono gli eurobond.

Allora è lecito chiedersi che cosa sia cambiato in meno di una settimana per portare Conte a più miti consigli e, quasi come un consumato pokerista, di voler andare a vedere le carte degli avversari al tavolo dell’Ue. Prima di tutto il premier ha sottovalutato quello che, peraltro, proprio le opposizioni fin dal primo momento gli avevano rinfacciato, e cioè che il suo ministro dell’Economia al termine dell’Eurogruppo aveva messo la propria firma in calce al documento. Insomma, il testo finale, nel quale gli eurobond non compaiono e invece c’è il ricorso al MES senza condizioni e soltanto per le spese sanitarie, era passato anche con il beneplacito italiano. Perciò come avrebbe potuto Conte continuare con la sceneggiata contro il MES se proprio il suo ministro aveva firmato il documento nel quale il MES è previsto?

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Ma c’è anche un’altra motivazione che spiegherebbe la folgorazione di Conte sulla strada di Damasco (forse sarebbe meglio dire di Bruxelles) e che prosaicamente riguarda la sua poltrona. Continuando sulla linea dura, quella che tanto piace al M5S, sarebbe senza dubbio andato a sbattere. E se non è stato qualcuno a sussurrarglielo nell’orecchio lo deve aver capito da solo quasi subito, visto che da sabato mattina il bombardamento di dichiarazioni a sostegno del MES da parte del Pd e dei più influenti esponenti di sinistra è stato continuo.

Nessuno si è tirato indietro, da padri nobili come Romano Prodi a rottamatori come Renzi, a chi in Senato detiene la contabilità della maggioranza e l’assicura come il capogruppo Pd Andrea Marcucci fino al suo omologo alla Camera Graziano Delrio che dai microfoni di Radio Anch’io lo ha detto chiaramente, anche se in politichese: «Accettare il MES non mette in discussione Conte».

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Tanto ce ne è per far capire a Conte che la linea oltranzista non lo avrebbe portato molto lontano e che il prezzo del suo ‘no’ sarebbe stata la poltrona di presidente del Consiglio. Il Pd non avrebbe potuto accettare di appiattirsi sul M5S. Una forza politica che esprime un Commissario europeo di punta, come quello all’Economia, e il presidente dell’Europarlamento non avrebbe potuto assistere supinamente alla scena che il 23 aprile il premier italiano non firmava l’accordo. Così come nemmeno l’Ue avrebbe potuto ammettere che un Paese fondatore e importante come l’Italia spaccasse l’Europa.

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E probabilmente il piano per far saltare Conte era già pronto. Uno scenario simile a quello del 2011 che fece uscire di scena Berlusconi. La speculazione in azione con turbolenze sui mercati, spread alle stelle, panico in Borsa e infine la mossa finale del Pd che dinanzi allo sfascio del Paese, al rischio del baratro per i risparmiatori e le imprese, peraltro in un momento così drammatico, decide che così non si può andare avanti.

Ed ecco il cambio di cavallo con il nuovo governo guidato probabilmente da Mario Draghi (novello Monti) sostenuto da una maggioranza trasversale: dal Pd a quello che rimane del M5S, che nel frattempo è imploso dividendosi in tanti pezzi, fino alle forze del centrodestra e primo fra tutti Berlusconi, il quale non a caso ha fin dall’inizio dato il suo via libera al MES perché «dire no al MES sarebbe un errore clamoroso». E Salvini? Forse anche lui, visto che ha bisogno come il pane di andare al governo e di consentire al suo 28 per cento di consensi di avere risposte. Certamente no Fratelli d’Italia, che proprio grazie alla sua posizione di coerenza e chiarezza sta consolidando i suoi consensi.

Fantapolitica? Forse, ma se oggi Franceschini dopo le parole di Conte ha detto che «ora si può utilmente chiudere questa discussione interna (MES sì – MES no ndr) e aspettare le conclusioni del Consiglio Europeo», significa che senza questo passaggio del premier tutto sarebbe potuto accadere. Rimane però il sospetto che per Conte l’appuntamento con il passaggio della campanella sia soltanto rimandato. Non appena sarà passata l’emergenza sanitaria, e stavolta non ci sarà strambata che tenga.

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