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Camera e Senato online per evitare il Coronavirus? No, il Parlamento non è il televoto

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E’ emergenza lavori parlamentari

Lo abbiamo scritto proprio su questo giornale, al di là dell’emergenza sanitaria da Coronavirus e di quella economica, a cui il governo ha posto un rimedio con il decreto ‘Cura Italia’, ce ne è un’altra legata all’operatività del Parlamento che in conseguenza dell’esplodere dell’epidemia Covid-19 ha visto notevolmente ridotta la sua attività, al punto che è difficile fare ipotesi al momento di quando il Parlamento tornerà a riunirsi.

Rischio Camera e Senato incubatori perfetti per il Covid-19

L’ultima seduta di Camera e Senato che ha deciso il via libera allo scostamento di bilancio è di mercoledì scorso, tenuta secondo regole stringenti: contingentamento delle presenze in Aula al momento della discussione generale e  sistema di voto scaglionato a chiamata per i singoli parlamentari. Dopo di che tutto chiuso, fino al 25 marzo quando arriverà il premier Conte in vista del Consiglio europeo del 26 e 27 marzo. Toccherà alla riunione di oggi dei capigruppo al Senato decidere le modalità di questa seduta e c’è da giurare che si affronterà il tema anche delle future sedute, anche se l’indicazione di massima è di ridurre le convocazioni per evitare, come stabilito per tutta l’Italia, assembramenti nell’Aula di Montecitorio e in quella di Palazzo Madama. Sarebbe alquanto assurdo mentre si impone agli italiani di radunarsi, consentire a 650 o 315 persone di stare gomito a gomito. Senza dimenticare poi la pletora di assistenti, funzionari, commessi parlamentari e addetti ai Palazzi. Insomma, un perfetto incubatore del virus.

Chiudere il Parlamento sarebbe segnale devastante per italiani

Da qui la decisione estrema di ridurre al minimo le sedute, perché chiudere il Parlamento non si può. Almeno ufficialmente. Lo ha ribadito oggi in un’intervista il presidente della Camera Roberto Fico in un’intervista a La Repubblica: «I parlamentari sono come i medici non possono fermarsi. Devono essere in prima linea, non possono arretrare come non arretrano altre categorie». Messaggio chiarissimo, anche perché ve lo immaginate che segnale devastante per il Paese e per gli stessi italiani se, al pari di un bar o un ristorante, il Parlamento decidesse di abbassare la sua di saracinesca? E l’eco a livello internazionale? Da qui la scelta di rarefare le sedute.

Il Parlamento e l’esame del dl Cura Italia

Comunque, il problema resta soprattutto ora che il governo ha varato un bel po’ di decreti legge tra cui quello economico di 25 miliardi di euro. Una vera e propria finanziaria che avrà bisogno di un esame approfondito tra Commissione ed Aula. Ma come fare a coniugare il normale svolgimento del lavoro parlamentare con la pandemia di Covid-19?

Smart working per i parlamentari ma mancano gli strumenti tecnici
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Qualcuno ha proposto, sulla scia di quanto stanno facendo molte aziende, lo smart working cioè ricorrere allo streaming delle discussioni e alle votazioni online. Fattibile? Molto complicato se non impossibile. In primo luogo, tecnicamente sarebbe difficile garantire una corretta gestione d’aula attraverso il collegamento streaming con 650 o 350 persone. Spesso ci sono problemi già dal vivo figurarsi in remoto. Se qualcuno pensa di poter fare le riunioni come le ha fatte il premier Conte nella sede della Protezione Civile con i rappresentanti delle Regioni si sbaglia di grosso. Mancano gli strumenti tecnici. E poi non dimentichiamoci il digital divide, che rappresenta un aspetto che non va sottovalutato e che potrebbe pesantemente influire sulla possibilità da parte di alcuni parlamentari di accedere e partecipare alle sedute in streaming.

I lavori d’Aula non sono il televoto della piattaforma Rousseau

C’è poi un altro aspetto in tutta questa vicenda: chi pensa che sia possibile organizzare i lavori d’Aula in remoto forse confonde il Parlamento con il semplice televoto. E’ vero che ormai la funzione di Camera e Senato si è ridotta a quella di votare provvedimenti che per gran parte sono di iniziativa governativa, ma il Parlamento rimane pur sempre un luogo deputato al confronto, alla discussione e alla rappresentanza delle istanze dei cittadini. Tutto questo non può essere ridotto alla semplice funzione di ‘spingere un bottone’ e votare un provvedimento. Il Parlamento non è la piattaforma Rousseau, tanto per citare un esempio, dove ci si limita a votare un quesito, peraltro con tutti i problemi di hackering che conosciamo bene. Il problema è che il Parlamento per come è strutturato, per la funzione che ha assunto attraverso un lungo percorso che si è sedimentato nel tempo e nella storia mal si acconcia ad essere traslato su una piattaforma online.

Impraticabile l’ipotesi di una Commissione speciale per i provvedimenti sul Coronavirus

L’altra ipotesi è quello di delegare ad una Commissione speciale, allestita per gestire l’emergenza Coronavirus, l’esame di tutti i provvedimenti specifici. Lasciando sempre all’Aula l’esame finale, nel senso del voto. Ma anche qui la strada è tortuosa, ai limiti della costituzionalità. Infatti, non soltanto non esistono precedenti in tal senso ma soprattutto la nostra Costituzione non prevede una simile ipotesi. Quindi? Non resta che la soluzione adottata ultimamente da Camera e Senato e cioè di contingentare le presenze, scaglionare il voto sia in Commissione e sia in Aula.

La politica d’accordo: non si può chiudere il Parlamento, ma bisogna tutelare la salute

Difficoltà di gestione, quindi, che traspare anche dalle posizioni degli stessi partiti, che però sono uniti nel dire che il Parlamento non può chiudere. Da Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni per cui «chiudere il Parlamento sarebbe un pessimo segnale per la Nazione, ma è necessario anche garantire che le Camere funzionino sempre nella loro completezza e nella loro piena rappresentatività»; a Matteo Renzi: «Il Parlamento non deve chiudere. La democrazia non si sospende»; a Maria Stella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera: «Il Parlamento non deve chiudere ma è lecito tuttavia riflettere sulle conseguenze della pandemia sui sistemi democratici e sull’operatività dei poteri (legislativo come esecutivo) in caso di grave emergenza»; fino al Pd con il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che ribadisce: «Ci sono da migliorare ed approvare i decreti del governo sull’emergenza sanitaria e quella economica. Con tutte le precauzioni previste dalle norme sanitarie, deve essere chiaro che il Parlamento è un servizio essenziale che non chiude».

Insomma, il dibattito è aperto ma quello che sembra chiaro è che il Parlamento non può chiudere.

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