I 658 parlamentari di prima nomina conserveranno il vitalizio

Ma per poterne usufruire dovranno versare un contributo di 5.500 euro. Almeno questa

La paura è passata, ma a caro prezzo. I parlamentari di prima nomina (230 senatori e 428 deputati) che a causa dello scioglimento delle Camere e, quindi, della fine anticipata della XVIII legislatura, rischiavano di dover rinunciare al vitalizio, oltre che ai 7 stipendi fino a marzo 2023, possono tirare un sospiro di sollievo. Ma soltanto a metà. Fatto è, infatti, che per poterne usufruire dovranno versare i relativi contributi fino a marzo prossimo, in assenza di indennità e, quindi, di tasca proprio.

Con ordine: il rischio di perdere il vitalizio è stato scongiurato per il fatto che la prima convocazione del nuovo Parlamento non potrà avvenire prima del 25 settembre ovvero esattamente dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno dall’inizio dell’ultima legislatura.

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Ma quanto costerà ai 628 parlamentari interessati la «spesa» per evitare la perdita del vitalizio? E’ presto detto: considerando che l’indennità mensile di deputati e senatori è pari 10.435 e a loro tocca pagare un contributo mensile dell’8,8% del totale ognuno di loro sarà tenuto al pagamento di un contributo mensile di 918 euro da oggi al termine naturale della legislatura 23 marzo 2023 e, quindi, in totale 5.510 euro a testa, che moltiplicato per il numero dei parlamentari interessati (658) significa che lo Stato risparmierà (perché si tratta di una quota di contributi versata direttamente dagli stessi beneficiari del vitalizio) 3.625.580 euro sulle pensioni dei parlamentari di prima nomine, mentre sarà di 9milioni 776mila 025 euro il risparmio complessivo scaturito dalla decisione di Mattarella di sciogliere anticipatamente le Camere.

Per carità, non pensate subito a male, non c’è alcuna strategia della «casta» nello scegliere il 25 settembre come data del voto, per favorire i parlamentari di prima nomina a conservare il vitalizio (anche se con qualche sacrificio economico personale).

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