Dentro la Reggia di Carditello: il sogno agricolo dei Borbone nel cuore della Campania

Una residenza reale diversa dalle altre

Il Real Sito di Carditello, conosciuto anche come Reggia di Carditello, a differenza delle grandi residenze borboniche destinate soprattutto alla rappresentanza e alla villeggiatura, fu concepito da Ferdinando IV di Borbone anche come una tenuta agricola e di allevamento. Il nome stesso è legato al territorio, dato che l’area è stata caratterizzata in passato dalla presenza di zone acquitrinose e di numerosi cardi selvatici e da questi avrebbe poi preso il nome. Circa duemila ettari di boschi e campi circondavano la tenuta, contribuendo a renderla un luogo particolarmente adatto alla caccia e alle attività agricole.

Situata nei pressi di Capua, precisamente in via Foresta a Carditello, l’area fu individuata già nel 1744 da Carlo di Borbone come luogo adatto all’allevamento e alla produzione agricola. Il complesso architettonico del Real Sito fu invece realizzato a partire dal 1787, per volontà di Ferdinando IV di Borbone, che affidò il progetto al famoso architetto Francesco Collecini. La tenuta fu destinata alla coltivazione del grano e all’allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. La struttura occupa circa 50.000 metri quadrati ed è composta da un edificio centrale, sede degli alloggi reali e della cappella reale, da 8 torri e 12 capannoni, con una superficie edificata di circa 13.000 metri quadrati.

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Nella tenuta si sviluppò anche un’importante attività casearia. Infatti, nella tenuta era presente la «Reale Industria della Pagliara delle Bufale», destinata alla produzione di mozzarella, provola e altri latticini. Carlo di Borbone volle inoltre introdurre le tecniche di produzione del parmigiano, facendo arrivare dal Ducato di Parma le conoscenze necessarie. La vocazione produttiva della tenuta si affiancava così alla sua funzione di luogo di svago della famiglia reale e della corte.

Il galoppatoio, la Festa dell’Ascensione e il declino

Anche l’allevamento dei cavalli ebbe un ruolo fondamentale, poiché vi avveniva la selezione dei cavalli di razza reale e la tenuta ospitava un grande galoppatoio progettato sul modello dei circhi romani. Al centro si trova ancora il tempietto circolare dal quale il sovrano poteva assistere alle corse, mentre l’intero spazio poteva accogliere un pubblico molto numeroso. Originariamente il tempietto ospitava una statua della dea Diana, proveniente dalla Collezione Farnesiana, che fu successivamente distrutta.

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Il galoppatoio era anche lo scenario della Festa dell’Ascensione, istituita da Ferdinando IV nel 1792 per coinvolgere gli abitanti della Terra di Lavoro. La manifestazione univa la dimensione religiosa a quella popolare ed equestre e, durante la festa, venivano organizzate corse di cavalli e allestiti stand con i prodotti caseari della tenuta, mentre musicisti e bande provenienti da Napoli accompagnavano le celebrazioni.

Dopo l’Unità d’Italia, però, la tenuta passò alla Casa Reale dei Savoia e, nel 1920, la proprietà fu ceduta all’Opera Nazionale Combattenti. Iniziò così una lunga fase di declino, accompagnata dalla dispersione degli arredi e dei beni presenti nella residenza. Nel corso del Novecento il complesso subì ulteriori trasformazioni e periodi di abbandono.

La svolta è arrivata nel 2013, quando il Real Sito è stato acquistato dallo Stato, e nel 2016 è stata istituita la Fondazione Real Sito di Carditello, alla quale è affidata la valorizzazione del complesso. Negli ultimi anni il recupero ha riportato l’attenzione sulla funzione originaria della tenuta. Nel 2025, per esempio, la Fondazione ha avviato con il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II un progetto per sperimentare forme di agricoltura sostenibile sui terreni di Carditello, riallacciandosi proprio alla vocazione agricola e sperimentale che aveva caratterizzato il sito in epoca borbonica.

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