Rdc, il conto dei pasticci è salato: 1,7 miliardi di indebiti. E Conte sogna il secondo tempo

E nelle casse pubbliche devono rientrare ancora 1,46 miliardi

Ci vuole una certa disinvoltura politica per annunciare il ritorno del Reddito di cittadinanza mentre emergono cifre impressionanti sulle somme percepite indebitamente. Giuseppe Conte e Roberto Fico rilanciano la misura simbolo dei Cinque Stelle, ma i dati citati dal ministro del Lavoro Marina Calderone raccontano una vicenda che meriterebbe ben altre riflessioni: oltre 1,7 miliardi di indebiti accertati.

Una cifra enorme, alla quale se ne aggiunge un’altra altrettanto significativa: al 31 dicembre 2025, secondo i dati Inps richiamati dal ministro, risultavano ancora da recuperare 1,46 miliardi di euro, dei quali 1,16 miliardi riferiti al triennio 2021-2023. Non tutte le prestazioni indebite costituiscono truffe accertate penalmente, ma la distinzione non attenua la gravità di un sistema che ha consentito l’erogazione di risorse pubbliche a soggetti privi dei requisiti. Il Reddito di cittadinanza, introdotto nel 2019 e superato alla fine del 2023, continua così a presentare un conto pesantissimo ai contribuenti italiani.

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Prima i soldi, poi i controlli

Il problema riguarda innanzitutto il funzionamento dei controlli. Come evidenziato da Calderone durante la trasmissione «4 di sera» su Rete 4, le verifiche venivano effettuate prevalentemente dopo l’erogazione delle prestazioni. Un’impostazione che esponeva lo Stato al rischio di dover inseguire somme già versate, con tutte le difficoltà connesse al loro recupero. E i quasi 1,5 miliardi ancora da riscuotere dimostrano quanto possa essere complicato rimediare a posteriori alle carenze di un sistema che avrebbe dovuto garantire verifiche preventive più efficaci.

Non si tratta di mettere in discussione il diritto delle persone in difficoltà a ricevere un sostegno economico. Al contrario, proprio la necessità di tutelare i più fragili avrebbe dovuto imporre maggiore rigore nella distribuzione delle risorse. Ogni euro percepito indebitamente è denaro sottratto alla disponibilità dello Stato, che avrebbe potuto destinarlo a chi ne aveva realmente bisogno o al finanziamento dei servizi pubblici. E quando gli importi raggiungono dimensioni miliardarie, liquidare tutto come un problema amministrativo significa sottovalutare le responsabilità di chi ha costruito e gestito quel meccanismo.

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Oltre 34 miliardi spesi, ma la promessa del lavoro è rimasta incompiuta

Il bilancio del Reddito di cittadinanza, del resto, non può essere limitato agli indebiti. Tra il 2019 e il 2023, la misura e la Pensione di cittadinanza hanno assorbito complessivamente oltre 34 miliardi di euro. Una spesa imponente, giustificata dall’obiettivo di contrastare la povertà e accompagnare verso l’occupazione le persone in grado di lavorare. Ma proprio quest’ultimo aspetto ha rappresentato una delle maggiori debolezze del provvedimento. I percorsi di formazione, orientamento e inserimento lavorativo non hanno prodotto i risultati attesi, lasciando irrisolta la difficoltà di trasformare il sostegno economico in un’effettiva occasione di autonomia.

Anche la capacità di raggiungere le famiglie più povere ha mostrato limiti significativi. Secondo la valutazione pubblicata dal Ministero del Lavoro, nel 2022 soltanto il 32,3% dei nuclei in povertà assoluta beneficiava del Reddito di cittadinanza. Un dato che dovrebbe far riflettere: mentre venivano distribuiti miliardi di euro, una parte consistente delle famiglie maggiormente bisognose rimaneva fuori dalla misura. Non basta dunque rivendicare il numero dei beneficiari per dimostrare l’efficacia di una politica sociale. Bisogna verificare se le risorse raggiungano realmente le persone che si intende aiutare e se gli strumenti adottati producano miglioramenti duraturi.

È proprio su questi risultati che dovrebbero confrontarsi i promotori del Reddito di cittadinanza. Il Movimento 5 Stelle ha trasformato il sussidio nella propria principale bandiera sociale, difendendolo anche quando emergevano criticità nei controlli e nell’accompagnamento al lavoro. Ma una misura pubblica non può essere giudicata soltanto dalle intenzioni. Servono risultati verificabili, capacità di contrastare gli abusi e strumenti che consentano, quando possibile, di uscire dalla condizione di bisogno.

Conte e Fico vogliono riprovarci

E invece Giuseppe Conte e Roberto Fico hanno persino il coraggio di proporne il ritorno. Il leader del Movimento 5 Stelle punta a inserire una nuova versione del Reddito di cittadinanza nel programma del centrosinistra, mentre il presidente della Regione Campania ha annunciato che, in caso di vittoria del Campo largo alle prossime elezioni politiche, il cosiddetto Reddito 2.0 sarà realizzato. Fico ha anche attribuito alla caduta del governo Conte il mancato completamento del progetto originario, sostenendo la necessità di riprenderlo e correggerne i limiti.

Una spiegazione che, tuttavia, non cancella quanto accaduto. Le difficoltà delle politiche attive, le prestazioni indebite e le somme ancora da recuperare non possono essere archiviate chiamando in causa soltanto l’interruzione di un percorso politico. Né basta promettere una versione riveduta del provvedimento per garantire che gli errori non si ripetano. Prima di annunciare nuovi sussidi, sarebbe quantomeno opportuno chiarire quali controlli si intendano introdurre, come evitare ulteriori erogazioni irregolari e quali strumenti concreti possano accompagnare i beneficiari verso il lavoro.

Non basta cambiare nome a un sussidio

Il Governo Meloni ha superato il Reddito di cittadinanza introducendo l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro, distinguendo maggiormente la tutela delle famiglie fragili dai percorsi destinati alle persone occupabili. Anche questi strumenti devono essere valutati sulla base dei risultati, ma il cambiamento di impostazione risponde alla necessità di correggere le debolezze del precedente sistema.

Contrastare la povertà resta un dovere dello Stato. Ma aiutare chi è in difficoltà non significa distribuire denaro senza adeguate garanzie, né considerare l’assistenza economica una risposta sufficiente all’assenza di lavoro. Il Reddito di cittadinanza ha lasciato una lezione che la politica dovrebbe avere imparato: le buone intenzioni non bastano a giustificare una gestione inefficiente delle risorse pubbliche. E prima di riproporre una misura che ha già mostrato criticità tanto rilevanti, Conte e Fico dovrebbero spiegare perché gli italiani dovrebbero aspettarsi risultati diversi. Perché non basta cambiare nome a un sussidio per renderlo efficiente.

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