Ex Ilva, una cordata italiana in campo: «Ma l’area a caldo deve restare allo Stato»

Al lavoro Federacciai che chiede al governo di ridefinire la gara

Una cordata italiana per salvare l’ex Ilva di Taranto prende forma attorno a Federacciai. Il presidente Antonio Gozzi ha ricevuto dalle maggiori imprese siderurgiche il mandato a presentare una manifestazione di interesse, subordinata però a precise condizioni. Dell’iniziativa farebbero parte, tra gli altri, Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini.

Il primo passaggio sarà il confronto con il governo. «Bisogna capire se esistono le condizioni abilitanti, di vario tipo, a cui è condizionato il nostro interesse. La prima è ridefinire il perimetro della gara». In un’intervista rilasciata a Repubblica, Gozzi chiarisce quale parte dell’ex Ilva interessa alla cordata: «Siamo interessati a tutto quello che viene a valle delle bramme, compresi i laminatoi a caldo, non agli altiforni e alle acciaierie a colata continua. Se restano nella gara non possiamo partecipare».

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Dai laminatoi ai forni elettrici

Per il presidente di Federacciai, oggi le condizioni di mercato consentono di reperire le bramme necessarie, ma nel lungo periodo bisognerà intervenire sulla produzione. «In una prospettiva di autonomia strategica e sostenibilità economica non si può dipendere al 100% da acciaio importato da Paesi terzi, bisognerà costruire dei forni elettrici». Sull’area a caldo, invece, la posizione è netta: «Spetta allo Stato la gestione dell’eredità legale, ambientale e sociale». La cordata potrebbe eventualmente partecipare all’investimento per un forno elettrico, mentre servirà anche un impianto Dri per alimentarlo di preridotto, per il quale le risorse sono già stanziate.

Gozzi ritiene che ci siano ancora i tempi per costruire l’operazione. Marcegaglia è disponibile a inviare a Taranto 200 mila tonnellate di bramme ai primi di ottobre in conto trasformazione e, se arriveranno le condizioni richieste, «potremmo presentare la manifestazione di interesse e iniziare la due diligence dopo Ferragosto. Tutto si potrebbe chiudere entro l’anno, per essere operativi all’inizio del prossimo».

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Sul possibile scudo penale sono ancora al lavoro i consulenti, chiamati a verificare se la responsabilità possa estendersi anche ai laminatoi. Il ricorso dei commissari contro lo stop agli altiforni non cambia invece i piani: «Ci vorranno almeno due anni per discuterlo. Di certo bisognerà rifare una nuova Autorizzazione integrata ambientale».

Ex Ilva, il ruolo dello Stato e l’apertura ad altri gruppi

La cordata nasce su iniziativa delle imprese siderurgiche, ma potrebbe allargarsi. «Se in un’ipotesi di sistema una Fincantieri o una Leonardo volessero partecipare sarebbe difficile dire di no». Meno gradita l’ipotesi di un ingresso come socio di minoranza in un risanamento pubblico: «Conoscendo la nostra filosofia non ci piace stare in minoranza. Ci vorrà comunque una presenza di accompagnamento dello Stato, per esempio con i contratti di sviluppo a supportare gli investimenti». Per Gozzi, in un’operazione di questa portata «il coordinamento di Palazzo Chigi è fondamentale».

Nel confronto con Jindal, il presidente di Federacciai insiste anche sulla natura italiana della proposta. «Il tema dell’italianità non è banale: come si è già visto a Taranto gli stranieri passano e se ne vanno senza colpo ferire. Diverso è un sistema di imprese italiane che ci mettono la faccia». Sugli altri elementi della proposta non si sbilancia: «Abbiamo altre carte, ma il settebello lo tengo coperto». Sul fronte occupazionale, infine, l’ordine di grandezza resta quello delle circa 3.500 persone attribuite al piano Jindal.

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