Bruxelles evita lo scontro ma sostiene la premier
Non è Giorgia Meloni a restare isolata, ma Donald Trump. L’attacco del presidente americano alla premier italiana, arrivato mentre i leader Ue discutono il prossimo bilancio, provoca una solidarietà trasversale a Bruxelles e conferma il gelo nei rapporti con Washington. Il caso irrompe nel momento in cui il Consiglio europeo è ormai vicino alla chiusura del confronto sul nuovo bilancio dell’Unione. Le agenzie battono la notizia delle parole del tycoon contro la presidente del Consiglio e, pur senza trasformare l’episodio in un dossier formale del vertice, il clima politico cambia. La riunione non si ferma su Trump, ma il segnale che arriva dagli omologhi europei è netto: Meloni non viene lasciata sola.
Il dato pesa anche perché, per mesi, la premier italiana era stata indicata come una possibile cerniera tra l’amministrazione Trump e l’Europa guidata politicamente da figure come Emmanuel Macron. L’attacco del presidente americano ribalta però lo scenario. Davanti alle sue parole, anche leader spesso lontani dalla linea italiana scelgono di esprimere vicinanza alla presidente del Consiglio.
Sánchez e Macron con Meloni
Il primo a prendere posizione è Pedro Sánchez. Il primo ministro spagnolo, socialista e su molti dossier distante da Meloni, a cominciare dalla gestione della migrazione, interviene direttamente dopo il Consiglio europeo. «Ho espresso piena solidarietà in sede del Consiglio europeo», dichiara Sánchez. La sua posizione assume un valore politico evidente: il leader iberico, già da tempo lontano da Trump, questa volta si ritrova sulla stessa linea della premier italiana nel respingere l’affondo arrivato da Washington.
Poco dopo arriva anche la reazione di Emmanuel Macron. Il presidente francese, parlando al termine della conferenza stampa, non nasconde la sorpresa per le parole del presidente americano: «Sono stato sorpreso». Poi annuncia un confronto diretto con Meloni: «La vedrò la prossima settimana» al vertice di Antibes del 25 giugno «e ne parlerò con lei».
La presa di posizione di Macron non è secondaria. Il presidente francese è stato spesso uno dei bersagli preferiti di Trump, ma è anche il leader europeo che era riuscito a portarlo alla cena di Versailles dopo il G7 di Evian. Proprio quel passaggio aveva alimentato l’idea di un possibile allentamento della tensione tra le due sponde dell’Atlantico.
La tregua di Evian non convinceva tutti
La riunione sul Lago di Ginevra aveva dato l’impressione di un rapporto meno rigido tra Trump e l’Europa. Ma nelle capitali europee lo scetticismo era rimasto forte. In pochi avevano davvero scommesso su un disgelo stabile.
Secondo fonti ben informate, in diverse cancellerie era già maturata una valutazione precisa: l’Ue non può costruire la propria linea aspettando ogni volta le mosse o le dichiarazioni del tycoon. Una fonte diplomatica, a margine del summit, aveva sintetizzato così il punto: «Dobbiamo pensare alla nostra strategia, al rafforzamento della nostra sicurezza, senza stare lì ad aspettare cosa dice Trump».
È dentro questo quadro che, all’Europa Building, l’attacco a Meloni viene letto con una formula diventata quasi automatica: «Trump è Trump». Stavolta, però, alla rassegnazione si aggiunge lo stupore. La “pax” di Evian, per chi ci aveva creduto, sembra già consumata.
Bruxelles evita lo scontro diretto
L’affondo consegnato da The Donald a La7 non riguarda soltanto Giorgia Meloni. Nelle stesse dichiarazioni, Trump attacca anche l’Europa, definendola pessima «in materia di energia e di immigrazione» e sostenendo che «non sarà mai più la stessa». La risposta ufficiale delle istituzioni Ue resta però misurata. Ursula von der Leyen e Antonio Costa, durante la conferenza stampa dei vertici europei, non fanno alcun riferimento all’episodio. È la linea della prudenza, sostenuta soprattutto dalla presidente della Commissione.
Ma la cautela pubblica non cancella il dato politico. L’Europa ha già compreso di dover rafforzare la propria autonomia e far pesare la propria voce. Il prossimo banco di prova sarà il vertice Nato di Ankara, all’inizio di luglio: lì si capirà quanto sia profonda la distanza tra Stati Uniti e Unione europea.




