A Salerno il Pd sparisce, Piero De Luca si rifugia nelle scuse: «È tradizione»

Manfredi la butta in caciara: «Non c’è il simbolo? Non serviva»

Il problema, per il Pd campano, non è trovare una formula ma renderla credibile. Piero De Luca prova a tenere insieme la linea del partito e il peso del cognome, mentre Gaetano Manfredi, principale promotore dell’alleanza tra Pd e M5s, preferisce sminuire pur di non aprire una crepa davanti ai cronisti.

La vicenda di Salerno, infatti, non mette al centro una sorpresa elettorale, ma il disagio politico di chi deve raccontare una scelta tutt’altro che neutra. Vincenzo De Luca correrà alle comunali del 24 e 25 maggio senza il simbolo del Pd, che gli è stato negato per non compromettere gli equilibri nazionali del campo largo. Tradotto: il partito evita di esporsi pur di non disturbare un’alleanza che alle ultime regionali ha vinto con il pentastellato Roberto Fico, ma così facendo finisce per esibire tutta la propria difficoltà.

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Il primo a trovarsi stretto nell’angolo è Piero De Luca, che guida il partito in Campania e deve rivestire di normalità una situazione che normale non appare affatto. Di fronte ai giornalisti, a Napoli, a margine dell’iniziativa dem Industria 26, sceglie la linea dell’acqua sul fuoco e si rifugia nel repertorio della continuità amministrativa.

«Da sempre a Salerno alle elezioni amministrative ci sono liste di programma che includono la lista Progressisti per Salerno, con all’interno esperienze democratiche, progressiste, riformiste, moderate e popolari – dice Piero De Luca ai giornalisti a margine dell’iniziativa dem Industria 26 – Continueremo nel solco della tradizione amministrativa di questi anni anche li a Salerno».

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«Per il resto – spiega -, in tutta la regione stiamo facendo un lavoro importante con candidati solidi, candidati radicati e sono convinto che alla fine avremo un quadro che consentirà di dare un ulteriore slancio a quanto avviato dalle ultime elezioni regionali e confermato poi con l’ultimo referendum in cui la Campania è stata la prima regione d’Italia per il No, a difesa della Costituzione, dell’idea di un paese coeso che sia attento alle fasce più fragili della nostra popolazione e allo sviluppo economico».

Il Pd si rifugia nella tradizione

Il problema è che, più la spiegazione si allunga, più si vede l’imbarazzo. Il simbolo del Pd non ci sarà, e questo basta a raccontare il cortocircuito di un partito che, nella città simbolo deluchiana, non può permettersi né uno strappo frontale né una piena assunzione di responsabilità.

A sostegno della linea della continuità arriva anche Andrea Orlando. L’ex ministro dem, che ha coordinato l’evento del partito nel capoluogo partenopeo, davanti alle domande dei cronisti si affida a un paragone che vuole chiudere il discorso e invece ne mostra tutta la delicatezza: le tradizioni «vanno sempre rispettate, come il Natale, come la Pasqua. E quindi, anche in questo caso, vanno rispettate».

Dietro il richiamo alle consuetudini, però, resta il fatto politico. Il Pd campano rinuncia al proprio simbolo per non far saltare gli equilibri del campo largo, proprio mentre a Salerno si muovono anche gli alleati. Contro Vincenzo De Luca ci saranno altri tre candidati, compreso Franco Massimo Lanocita, aspirante sindaco di M5s e Avs. Ed è qui che la formula del centrosinistra mostra tutta la sua rigidità: per salvare l’alleanza, i democratici devono rendersi invisibili.

A chiudere il cerchio prova Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e principale promotore del campo largo. La sua risposta ai giornalisti è tanto secca quanto eloquente: «Non c’è il simbolo? Evidentemente non serviva».

Più che una spiegazione, una sbrigativa archiviazione. Ma non basta una battuta a cancellare il significato della scelta. Perché se davvero il simbolo non servisse, non si capirebbe perché la sua assenza faccia tanto rumore. In realtà il rumore c’è eccome, e investe proprio chi in Campania continua a lavorare alla saldatura tra Pd e M5s. Salerno diventa così il punto in cui il racconto del campo largo si inceppa: Piero De Luca è costretto a difendere l’indifendibile, Manfredi a minimizzare l’evidente, mentre il partito prova a far passare come semplice tradizione quello che ha tutta l’aria di un imbarazzo politico.

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