«Un giorno credi», il libro che racconta l’inno di una generazione

Luca Maurelli firma un omaggio a Patrizio Trampetti

Ci sono canzoni che non appartengono più soltanto a chi le ha scritte, né a chi le ha cantate. Diventano rifugi, cicatrici, formule private per rialzarsi nei giorni storti. «Un giorno credi» è una di queste. Ma dietro quel brano, entrato nell’immaginario collettivo attraverso la voce di Edoardo Bennato, c’è una storia più complessa, più napoletana, più umana di quanto molti ricordino. Ed è proprio lì che Luca Maurelli costruisce il suo libro: «Un giorno credi. Patrizio Trampetti e la vera storia dell’inno di una generazione che voleva cominciare da zero», pubblicato da Jack Edizioni.

La vera storia dietro un inno generazionale

Il volume non è una semplice ricostruzione musicale. È un viaggio dentro una canzone, dentro un’epoca e dentro un uomo: Patrizio Trampetti, autore del testo, musicista, attore, componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare, artista appartato e insieme centrale in una stagione irripetibile della cultura napoletana. Maurelli parte da via Belvedere 45, al Vomero, dove nel 1972 nacquero le parole destinate a segnare generazioni diverse, e allarga lo sguardo sugli anni Settanta, sulle fratture politiche, sui sogni, sulle disillusioni, sulle speranze di chi davvero pensava di potere «cominciare da zero».

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Il merito del libro è doppio. Da un lato rimette ordine in una memoria spesso confusa: il testo di «Un giorno credi» è di Trampetti, la musica di Bennato, l’arrangiamento di Roberto De Simone. Dall’altro evita la freddezza della scheda storica e sceglie una strada più rischiosa e più viva: raccontare la canzone come se fosse un organismo ancora pulsante. Nel preludio di Lucilla Parlato viene chiarito subito il senso dell’operazione: non c’è soltanto il giovanissimo Trampetti che invitava a «credere», ma anche l’uomo che non ha inseguito successo, popolarità e denaro, restando fedele alla musica come istinto e vocazione.

Napoli, gli anni Settanta e la musica come destino

Maurelli scrive con passo narrativo, ironia, memoria giornalistica e affetto mai stucchevole. Va nei luoghi, cerca tracce, interroga ricordi, si muove tra Napoli e Milano, tra Roberto De Simone, la Nccp, Bennato, Spoleto, la Gatta Cenerentola, gli studi di registrazione e le stanze private dove nascono le canzoni che poi sembrano appartenere a tutti. Il risultato è un libro breve ma densissimo, capace di parlare ai lettori che hanno vissuto quegli anni e a quelli che li conoscono soltanto attraverso dischi, racconti e frammenti di memoria familiare.

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A rendere la lettura particolarmente coinvolgente è il modo in cui Trampetti emerge dalle pagine: non come un monumento, ma come un artista libero, ruvido, laterale, allergico alla retorica del successo. Un uomo che avrebbe potuto diventare una rock star e che invece ha seguito altre strade, lasciandosi attraversare dalla musica popolare, dal teatro, dalla ricerca, dagli incontri. Proprio questa sottrazione al mito rende il personaggio più interessante. Trampetti non viene celebrato perché dimenticato, ma perché troppo spesso ricordato in modo parziale.

Una canzone che continua a parlare al presente

Il cuore del libro resta però la canzone. «Un giorno credi» viene riletta come un inno alla fragilità e alla ripartenza, non come uno slogan motivazionale da social. In quelle parole c’è la possibilità di cadere senza essere finiti, di perdersi senza essere perduti, di trovare nella crisi un punto da cui ricominciare. È probabilmente per questo che il brano continua a parlare anche oggi, in un tempo che ha cambiato linguaggi, strumenti e velocità, ma non ha eliminato lo smarrimento.

Il libro esce mentre Trampetti torna anche con il nuovo album «Anime delle due Sicilie» e anticipa un cortometraggio realizzato dallo stesso Maurelli. Ma soprattutto arriva come un atto dovuto di restituzione: restituzione a un autore, a una canzone, a Napoli, a una generazione che ha creduto nel futuro anche quando il futuro sembrava complicato, violento, contraddittorio.

Perché vale la pena leggerlo

«Un giorno credi» è un libro da leggere se si ama la musica italiana, ma anche se si cerca una storia di identità, talento e libertà. È un acquisto consigliato a chi ha cantato almeno una volta quel brano nei momenti difficili, a chi vuole conoscere la vera origine di quelle parole e a chi pensa che dietro ogni grande canzone ci sia sempre molto più di una melodia riuscita. Qui c’è una vita intera. E, insieme, un pezzo della nostra.

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