L’indagine ha portato all’arresto di 11 persone nel clan Amato-Pagano
È una vendetta di clan finita nel sangue di un innocente quella che emerge dall’inchiesta sull’omicidio di Rosario Coppola, il 52enne imbianchino ucciso ad Arzano in uno scambio di persona. La svolta investigativa arriva dopo due mesi e consegna agli inquirenti un quadro molto più definito del delitto.
I carabinieri del Nucleo investigativo del gruppo di Castello di Cisterna, coordinati dai sostituti procuratori della Dda di Napoli Cristina Curatoli e Daniela Varone e dall’aggiunto Sergio Amato, hanno eseguito undici arresti nell’ambito di un’inchiesta che, a fronte di sedici indagati, ha colpito la cellula del clan Amato-Pagano attiva nella 167 di Arzano. Il decreto di fermo fa emergere un contesto segnato da estorsioni, armi e omicidi, e individua nella fazione raggiunta dal provvedimento quella ritenuta responsabile della morte dell’operaio.
Il delitto maturato nella guerra interna
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, si legge in un articolo di Luigi Nicolosi per «il Mattino», all’origine dell’agguato c’è una resa dei conti interna agli Scissionisti. Il raid sarebbe nato dalla volontà di Salvatore Romano, 33 anni, indicato come mandante e organizzatore dell’omicidio, di vendicarsi dopo essere stato allontanato da Arzano per decisione del capoclan Giuseppe Monfregolo. Fino a poche settimane prima, Romano sarebbe stato il reggente della cosca.
Dopo la sua estromissione, sempre secondo l’impianto accusatorio, al vertice del gruppo si sarebbe collocato Davide Pescatore, da poco scarcerato. Sarebbe stato proprio lui il vero obiettivo da colpire. Un cambio di assetti che Romano non avrebbe accettato e che avrebbe innescato la preparazione del raid.
A dare una spinta alle indagini sono state anche le dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Gennaro Salvati, ex uomo di fiducia di Monfregolo, che tre giorni dopo il delitto ha messo a verbale: «Abbiamo immaginato che fosse Sasi Romano, che era stato cacciato dal comando delle estorsioni».
Perché fu ucciso Rosario Coppola
Rosario Coppola, però, non era il bersaglio. La sua morte sarebbe stata provocata da uno scambio di persona determinato da una combinazione di circostanze: la vicinanza della sua abitazione a quella dell’uomo che doveva essere eliminato, una somiglianza fisica con quest’ultimo e l’elemento dell’auto.
L’imbianchino era infatti appena rientrato a bordo di una Smart bianca. La stessa vettura con cui l’amico barbiere Antonio Persico era andato a prenderlo circa due ore prima e con cui lo aveva poi riaccompagnato. Ma quella stessa macchina era anche del tutto simile a quella utilizzata dal guardaspalle del vero obiettivo dell’agguato. Per gli investigatori è uno dei dettagli che avrebbe portato il killer a sbagliare persona.
Il delitto si consuma alle 21,22 del 4 febbraio scorso, in via Tenente Barone. Una telecamera inquadra l’intera sequenza: l’attesa, l’arrivo della Smart, Coppola seduto lato passeggero, l’avvicinamento del sicario e poi i colpi. Cinque in tutto, esplosi in rapidissima sequenza. Pochi secondi, appena cinque, per un’esecuzione che ha travolto un uomo estraneo alla faida.
I nomi, gli arresti e il secondo agguato
Per l’omicidio di Rosario Coppola, la Dda indica in Salvatore Romano il referente principale dell’azione. In manette sono finiti anche Antonio Caiazza, Davide Pescatore, Vittorio Scognamiglio, Mattia Rea, Francesco Attrice, Salvatore Lupoli, Antonio Alterio, Umberto Lupoli, Raffaele Silvestro e Pietroangelo Leotta. Tra gli indagati figurano inoltre Renato Napoleone e Giuseppe Monfregolo, boss che, secondo gli inquirenti, dal carcere avrebbero continuato a mantenere il controllo della cosca.
Tre giorni dopo l’omicidio di Coppola viene ucciso in un altro agguato anche Armando Lupoli, indicato come il sicario che avrebbe materialmente sparato contro l’imbianchino. Per quest’ultimo delitto, però, chi ha agito non ha ancora un nome né un volto.




