Inchiesta partita dagli uffici di due municipalità
Le carte raccontavano residenze improbabili, gli accertamenti hanno fatto emergere ipotesi ben più gravi. Così è nata un’inchiesta che oggi conta centoventi indagati. A far scattare i controlli sono stati numeri incompatibili con la realtà degli immobili indicati. In alcuni casi, nello stesso appartamento di pochi metri quadrati, quasi sempre un basso, risultavano registrati fino a venti cittadini. In altri indirizzi, spiegano Leandro Del Gaudio e Gennaro Di Biase in un articolo de «il Mattino», la situazione appariva meno eclatante solo in apparenza: cinque o sei residenti in alloggi riconducibili a circa quaranta metri quadrati.
Un quadro che ha spinto polizia municipale e carabinieri ad approfondire, fino a delineare un fascicolo di notevole portata per quantità di persone coinvolte e per gravità delle contestazioni. La Procura ipotizza una associazione per delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione. Gli indagati sono 120. Tra loro figurano almeno sei dipendenti pubblici, quattro dei quali oggi in pensione.
Secondo l’impianto accusatorio, il sistema avrebbe funzionato in cambio di denaro: somme versate per ottenere il via libera al rilascio delle carte di identità a favore di persone di origine bengalese o romena. Il prezzo, in base alle pratiche, arrivava a cinquanta euro per ciascun iter, così da agevolare un documento ritenuto essenziale per l’accesso ai servizi sanitari e per la conservazione del permesso di soggiorno.
Dalle indagini emerge anche un ulteriore livello di presunte pressioni. In almeno cinque episodi, infatti, un funzionario comunale avrebbe ricevuto una prestazione sessuale da alcune donne che attendevano il certificato di cambio di residenza, con l’obiettivo di accelerarne il rilascio.
Gli uffici sotto inchiesta e gli elementi raccolti
L’inchiesta è seguita dai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppina Loreto. In queste ore sono in corso le notifiche degli avvisi di chiusura delle indagini. L’attenzione degli inquirenti si concentra su due uffici circoscrizionali: quello di piazza Dante, nella seconda municipalità, e quello di via Lieti a Capodimonte, nella terza municipalità. Nel primo, fino al 2023, avrebbe lavorato un impiegato oggi sotto inchiesta. Secondo gli atti, proprio in questi uffici sarebbe andata in scena, fino a qualche anno fa, una sorta di mercimonio.
A sostenere il quadro accusatorio ci sono anche gli esiti delle attività tecniche: microspie e telecamere installate all’interno delle strutture avrebbero documentato passaggi di mano e altri elementi ritenuti coerenti con il sistema ricostruito. Negli atti compare anche un tariffario variabile, tra i 30 e i 50 euro a pratica, in base al grado di complessità della procedura da far avanzare.
Per gli investigatori non si trattava soltanto di abbreviare i tempi. Alcuni richiedenti, infatti, non avrebbero avuto i requisiti necessari, ma avrebbero comunque ottenuto documenti utili a sostenere il diritto a restare in Italia.
Tra i cinque italiani con il ruolo di pubblico ufficiale, quattro uomini e una donna, compare anche un consigliere eletto nella terza municipalità. Accertamenti sono stati svolti inoltre su un caf gestito da un immigrato, che, nell’ottica dell’accusa, avrebbe fatto da trait d’union o da procacciatore di clienti. Attorno agli uffici finiti nel mirino, secondo quanto emerso, ruotava un intero mondo di interessi e richieste.
I beneficiari dei documenti e gli ultimi sviluppi
Sarebbrto oltre cento, si apprende ancora dal giornale partenopeo, i soggetti indicati come beneficiari dei documenti ritenuti falsi, alla luce del materiale acquisito durante l’inchiesta. Il lavoro investigativo si è articolato in più fasi: dalle attività avviate dall’ex capo dell’aliquota di pg della Procura Gabriele Salomone, oggi in pensione, fino agli approfondimenti del nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri.
Le contestazioni, secondo gli inquirenti, descrivono un possibile sistema ripetuto nel tempo, una sorta di fabbrica di falsi. Non solo le residenze, ma anche altri elementi dichiarati dai richiedenti sarebbero stati inseriti negli uffici anagrafici senza alcuna verifica da parte degli uffici preposti.
Durante l’inchiesta alcuni dipendenti delle circoscrizioni coinvolte hanno lasciato il servizio e sono andati in pensione. Altri due, invece, sono stati trasferiti ad altri uffici, circostanza che avrebbe fatto venir meno le esigenze cautelari.




