La tessera del PD con gli occhi di Berlinguer

Rivela un reducismo che impedisce alla sinistra una dimensione razionale e riformista, identificandosi con un antifascismo di maniera

Il PD in questi giorni sta portando a compimento il tesseramento 2024 e sta distribuendo una tessera iconica, in cui sono immortalati gli occhi e lo sguardo di Enrico Berlinguer. L’immagine sembra prefigurare una strategia che porta con sé forte la traccia di un passato che non vuole passare. E che la classe dirigente di questa sinistra non intende abbandonare definitivamente.

Oggi in tutte le trasmissioni che assecondano questa visione di sinistra si trova e si ascolta gente come Provenzano o Bersani che immaginano ancora di poter riproporre quel mito (quel Berlinguer) senza guardare, con senso di realtà, alla storia con il suo viatico interpretativo, che ha visto i comunisti definitivamente sconfitti, sia in versione internazionalista che guarda all’URSS, ovvero nella versione tedesca che approdó alla socialdemocrazia di Bad Godesberg oppure alla maniera della declinazione francese o à la Corbyn.

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In questo rileva un certo perdurante reducismo nostalgico, capace di guidare le menti di un certo sinistrismo che non trova una dimensione razionale e riformista e si identifica con un generico antifascismo (!?️) di maniera che non affascina più di tanto.

Procedendo in tale direzione questi sinistri dimenticano un episodio su tutti quando il duo Berlinguer-Natta radió chi la pensava diversamente come Rossana Rossanda, Lucio Magri, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Valentino Parlato, Luciana Castellina, Lidia Menapace e Ninetta Zandegiacomi. Il PCI di Berlinguer, Natta, Ingrao, Pajetta ed altri mise all’angolo il dissenso interno affermando il rituale schema che, eufemisticamente, veniva definito «centralismo democratico».

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Un ritorno al passato

Ebbene quegli occhi berlingueriani forniscono l’immagine al nuovo tesseramento che sembra quasi un ritorno al passato, in cui il sistema mutuato dalla «cortina di ferro» e dall’ internazionalismo di matrice sovietica ovvero dal modello imperialista russo si caratterizzava per un’interpretazione liberticida. Ebbene tale declinazione proiettata sull’oggi sembra accompagnare l’attuale sinistra italiana in un vicolo cieco senza un pensiero aggiornato sul presente, senza un percorso fattivo di riforme concrete e senza una dottrina ispiratrice. Nonostante Goffredo Bettini cerchi di rintracciare nella contemporaneità elementi tesi ad unire il popolo rosso, tuttavia risulta difficile costruire un linguaggio che accomuna PD e 5Stelle e che abbia presa su chi vuole collocarsi a sinistra.

La lotta del movimento operaio

In questo quadro le parole dei dissenzienti de «Il Manifesto» appaiono contemporanee e forniscono una bussola per comprendere lo stato attuale, laddove si esprimevano così: «il convincimento che la lotta del movimento operaio, la storia stessa del movimento, sia entrata in una fase nuova; che molti schemi consacrati di interpretazione della realtà e molti modi di comportamento siano saltati senza rimedio; che la crisi sociale e politica che ci circonda non possa essere vissuta e fronteggiata con la normale amministrazione. (…) Né il ripiegamento dogmatico né la fiducia nella spontaneità, né l’indulgenza per le proprie abitudini né la presunzione di gruppo, possono aiutarci».

«La via che le cose stesse suggeriscono è piuttosto quella di una dialettica aperta all’interno di tutto il movimento, di un massimo di circolazione delle idee, per modeste che siano, di un più vero lavoro collettivo, senz’altra limitazione che quella imposta dalla responsabilità e dalla coscienza di ciascuno. Una via da percorrere ritrovando tutto il senso della milizia politica, al di fuori dei condizionamenti tattici e degli equilibri di potere, senza cedere allo scoraggiamento per la disparità tra i compiti che si affrontano e le forze di cui si dispone. (…)»

Insomma con queste parole il percorso della sinistra sembra ridursi a qualcosa di caotico senza via d’uscita e sembra mantenersi, ancora per un certo lasso di tempo, sul crinale di una forza di minoranza che non si dimostra in grado di costruire una maggioranza poggiata sulla democrazia partecipata e sostenuta da un legittimo consenso.

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