Giorgia Meloni: «Non svendo l’Italia e non prendo lezioni da nessuno»

La premier: insegnamenti di tutela dell’italianità da Agnelli e Fiat anche no

Il piano di privatizzazioni da 20 miliardi di euro in 3 anni «si può fare con serietà», ne è sicura, «senza regali miliardari a imprenditori amici, come in passato». E leggere che «l’Italia è in vendita», sulla prima pagina di qualche giorno di Repubblica, ha fatto «sorridere» Giorgia Meloni. Anche perché, spiega, l’accusa arriva «dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale, hanno messo in vendita sui siti dell’immobiliare i siti delle nostre storiche aziende italiane…».

Un riferimento tutt’altro che velato agli Elkann, eredi della famiglia Agnelli, ai quali la premier risponde con toni niente affatto felpati: «Non so se quel titolo fosse un’autobiografia, ma le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no». È l’apice dei quaranta minuti di intervista a Quarta repubblica, in cui la presidente del Consiglio parla tanto di politica estera, definendo «prevalentemente di difesa» la missione navale Ue nel Mar Rosso contro «l’inaccettabile minaccia degli Houthi», e usa buona parte delle domande di Nicola Porro per contrattaccare sul fronte interno. Perché «adesso le do io le carte, cioè gli italiani».

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De Fusco e l’amichettismo

Nel mirino c’è il Pd, secondo cui rientra in una «occupazione della cultura» la nomina di Luca De Fusco come direttore generale del Teatro di Roma. «Ha un curriculum di ferro sul piano culturale e della competenza, e qual è lo scandalo? Che non ha la tessera del Pd», la tesi di Meloni che avvisa i naviganti. «È finito – e lo dice scandendo le sillabe – il mondo nel quale per le nomine pubbliche la tessera del Pd fa punteggio».

Chiuso anche, avverte, «il tempo dell’amichettismo», ossia il mondo di «circoli dove ti vai a iscrivere, dove cerchi di diventare parte di questi amichettisti» per fare carriera. Una dinamica rimproverata ai dem anche per Marcello Degni, il consigliere della Corte dei conti scelto dall’allora premier Paolo Gentiloni, nella bufera per il tweet in cui criticava l’opposizione per non aver fatto ostruzionismo sulla manovra. «Schlein non ha detto una parola. Lei – nota Meloni – dice sempre che prima non c’era. A me chiedono conto di ciò che faceva Mussolini, a loro non puoi chieder conto di ciò che il Pd faceva un anno fa, siamo seri…».

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Ferragni-Che Guevara

Al Pd la premier addebita anche il polverone seguito alle sue parole su Chiara Ferragni ad Atreju. «Manco avessi attaccato Che Guevara», ironizza annunciando per giovedì in Cdm una norma sulla trasparenza delle iniziative commerciali di beneficenza: «Sulla confezione va specificato a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte viene effettivamente destinata a scopo benefico».

Le Europee

È ormai iniziata la lunga campagna elettorale verso le Europee, anche se Meloni deciderà «solo all’ultimo» se candidarsi. Fissa le chance «al 50%, per creare un po’ di suspense», ammettendo però che «potrebbe essere importante verificare» se abbia ancora il consenso di inizio legislatura. Più sì che no, insomma.

La politica estera

Davanti c’è anche la partita delle regionali, interna al centrodestra, e dietro l’angolo la conferenza Italia-Africa («Nessuna tensione con Salvini, la sua presenza è confermata» per lunedì prossimo), appuntamento di lancio del Piano Mattei e interessante alla luce delle tante crisi geopolitiche. Temi affrontati anche sabato a Istanbul con Recep Tayyip Erdogan, dove si sono confermati «il disaccordo sulla genesi del conflitto mediorientale» e la condivisione della necessità di «una soluzione strutturale».

È la politica estera, sostiene la premier, «del saper parlare con tutti». Al di là delle distanze su alcuni dossier, e ce ne sono state pure con Emmanuel Macron («Si poteva fare un po’ di più insieme», sul Patto di stabilità). E al di là delle famiglie politiche di appartenenza, come con Joe Biden. Se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump, «non posso dire se cambierà la politica estera americana, ma posso dire – chiarisce – che la nostra non cambierà». Fra i prossimi leader attesi a Palazzo Chigi, a febbraio, c’è il presidente argentino Javier Milei. Per Meloni «è sicuramente una personalità affascinante».

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