Soumahoro e l’ipocrisia di certa politica: «fate quello che dico io e non quello che faccio io»

Il deputato Soumahoro ha due vicende da chiarire

Per riconoscere i propri errori e lasciare il prestigioso incarico di consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, così come ha fatto l’ex ambasciatore Talò, dopo la telefonata – che non ha creato alcun problema al Paese, tranne che alle teste «sinistre» di Schlein e c. – dei due comici russi, passata alla Meloni («non ho fatto le verifiche necessarie», ha detto), ci vogliono lealtà, coraggio e dignità. Tre virtù che non si trovano al supermercato e chi non ce le ha di suo, vedi Soumahoro, non può procurarsele.

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La vicenda Karibu

Per cui nonostante lo scandalo delle coop di famiglia Karibu, che tanti buchi ha prodotto nelle casse dello Stato e lo sfiora da vicinissimo, è rimasto fermamente inchiodato al proprio scranno parlamentare. Per carità, da garantista quale sono, non ho alcuna difficoltà ad ammettere che è innocente. Fino a prova contraria. Non perché lo piagnucoli lui, bensì perché lo «presume» la Costituzione. «Santificato» dalla sinistra, come nemico del caporalato, paladino di braccianti e immigrati. Fatto eleggere e poi scaricato dai suoi sacerdoti che, dopo averlo «elevato al soglio», scoppiato lo scandalo, hanno smesso di «pregare» per lui, costringendolo a rifugiarsi nel gruppo misto.

Ma se da «garantista», sono certo che sia innocente, come italiano che non ha ancora portato il cervello all’ammasso, non posso non chiedermi: se davvero l’on. Soumahoro, poteva non sapere dei magheggi di moglie, suocera e cognati accusati di frode, bancarotta e autoriciclaggio. Tanto più alla luce delle cifre in gioco e di ciò che continua a venire fuori dalla relazione del commissario liquidatore della Karibu, Cappello. Una scatola magica dalla quale ogni giorno fa capolino un nuovo coniglio.

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L’ong Karibuni Asbl

Dopo l’Ong Karibuni Asbl con sede in Belgio, presieduta dalla suocera, con missione analoga alla Karibu; i 3,6milioni prelevati in contanti senza giustificativi (operazione che la signora Soumahoro nega); i 7,5 per imprese analoghe, ma prive di strutture autonome; il proliferare di associazioni per coprire: evasione fiscale, riciclare denaro e incassare per servizi non effettuati. Fondi pubblici incassati (dal 2017 al 2022) 28,3 milioni di euro; utilizzandone 2 per spese private e 368.299 euro per acquisti di oggetti di lusso, pernottamenti in hotel a 5 stelle e cene da 1.000 euro.

Possibile, che in tutti questi anni, lui, non si sia mai reso conto che mentre nella casa in cui abitava con moglie e suocera, si viveva alla grande; nelle strutture fatiscenti che facevano capo alle coop di famiglia, i migranti a malapena riuscivano a sopravvivere? Per il momento, visto che non risulta essere coinvolto nell’inchiesta, la risposta non può che essere «sì». Anche se non manca qualche legittimo dubbio. Convivere significa anche condividere preoccupazioni e problemi quotidiani, familiari e di lavoro.

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Soumahoro e la villetta di Casalpalocco

Uno dei quali è certamente rappresentato dalla villetta di Casal Palocco, ora sotto sequestro per metà. Acquistata a giugno ‘22, quando non faceva più il sindacalista e non era ancora parlamentare e pagata – stando a quanto scriveva «il Giornale.it» il 19 Gennaio scorso, – con un assegno di 50mila euro della famiglia e un mutuo di 310mila – concesso non si sa bene da chi tra Credito Emiliano Spa o Intesa San Paolo – che un cittadino qualunque, con un reddito da meno di 30mila euro annuo e una consorte che senza le cooperative è nullatenente, farebbe fatica a ottenere.

A chi gli chiede lumi sull’argomento, risponde di aver scritto un libro: «Umanità in Rivolta». Già, dimentica, però, di aggiungere che in 3 anni questo «best seller» gli ha reso appena 29.200 euro. Decisamente pochi per giustificare un mutuo di tal «stazza», senza altre garanzie. Chiedetelo ai medio-piccoli imprenditori che per un finanziamento bancario devono girare le sette chiese. E non è detto che ci riescano. Se non a tassi altissimi. Ebbene, anche se Soumahoro non ne sa alcunché, questa vicenda va comunque chiarita.

Le presunte irregolarità

Anche perché, intanto, è scoppiato anche il caso delle presunte irregolarità nel suo rendiconto delle spese elettorali che, secondo una segnalazione inviata alla Camera dai giudici della Corte di Appello di Bologna evidenzierebbe qualche anomalia (avrebbe nominato il mandatario dopo aver già percepito alcuni finanziamenti e ci sarebbero problemi anche nel movimento dei fondi per circa 12mila euro) sui contributi ricevuti per la campagna elettorale.

Ricevuta la segnalazione la Commissione elettorale della Camera avrebbe aperto la procedura per farlo decadere da deputato ed è stato anche multato per 40mila euro. Anche di questo è all’oscuro? No, questo lo ammette, ma sottolinea che «le contestazione riguardano aspetti meramente formali». Due vicende, quindi, che gettano ombre lunghissime sull’ipocrisia di una certa politica che come il prete dall’altare, continua a spronare cittadini all’insegna del «facìte chello ca dich’io, ma nun facìte chello che facc’io».

Soprattutto, per lui. E anche per dimostrare di aver capito gli inaccettabili errori degli anni di tangentopoli che hanno distrutto il Psi e Craxi colpevole solo, secondo qualche magistrato, di «non poter non sapere» ciò che facevano i segretari cittadini del suo partito e salvato i leader Pci-Pds, che, invece, «potevano non sapere», la fine toccata alla valigetta con un miliardo che Gardini aveva portato a Botteghe Oscure per l’affare Enimont. Del che tutti erano a conoscenza.

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