Giorgia Meloni è seduta sulla bocca di un vulcano

Serve pazienza e determinazione per fare l’interesse nazionale. E gli italiani l’hanno votata proprio per questo

Cosa sarà dell’Italia del dopo elezioni a guida centrodestra? È una domanda che molti si pongono, a cominciare dagli stessi elettori di Giorgia Meloni Presidente del Consiglio in pectore in attesa dell’incarico formale da parte del Presidente della Repubblica.

L’avventura di Fratelli d’Italia è cominciata nel 2012 e nulla lasciava prevedere che la sua leader avrebbe potuto nel volgere di pochi anni aspirare alla guida del governo. Nelle elezioni politiche del 2018 la guida della coalizione di centrodestra sembrava essere saldamente nelle mani di Salvini col 17% della Lega divenuto primo partito, che superava di circa tre punti Forza Italia e lasciava al palo il partito della Meloni che si attestava intorno al 4%. L’anno successivo la Lega avrebbe addirittura superato la soglia del 34% e già Salvini pregustava la poltrona più alta di Palazzo Chigi.

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Ma le vie della politica sono infinite e non sono mai diritte, così come gli umori dell’elettorato non sono sempre stabili, soprattutto in tempi attraversati da ondate di pessimismo e di sfiducia nella classe politica spesso incline a calcoli di bottega ed a tradire gli impegni elettorali.

Oggi è stata premiata la Meloni e la ragione del suo successo non va ricercata solo nelle sue capacità personali o in articolate analisi politiche che possono tornare interessanti solo per gli addetti ai lavori.

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L’irresistibile voglia di cambiamento che attraversa l’elettorato già dalla fine della cosiddetta prima repubblica è rimasta sostanzialmente insoddisfatta. È toccato a Berlusconi per primo farsene interprete a partire dal 1994, con la nascita di Forza Italia e la creazione del Polo delle Libertà, cui seguì un periodo di incerta alternanza tra governi di centrodestra e di centrosinistra.

La clava della «rottamazione»

La mai appagata voglia di cambiamento registrò una fiammata con l’irrompere sulla scena politica di Matteo Renzi, che brandì la clava della «rottamazione» del ceto politico fino a conquistare la guida del Pd e la poltrona di Presidente del Consiglio sfiorando il 41% alle elezioni europee del 2014.

Poi fu l’ondata del «vaffa» e del mantra «onestà-onestà-onestà», che caratterizzò la pseudo dottrina politica del Movimento Cinque Stelle, che però non mancò di deludere i suoi elettori trasformandosi in partito di poltrone e di governo, di qualsiasi colore. Il disinvolto sprezzo del pudore lo ha portato alle soglie dell’estinzione, evitata solo facendosi paladino del reddito di cittadinanza, che nessuna forza politica ha pensato di trasformare in strumento non parassitario e di riscatto per larghe fasce di popolazione, soprattutto meridionale, al cui disagio non si è saputo dare risposta.

Con l’esiziale esperienza del governo Draghi, che ci ha evitato la guerra consigliandoci di spegnere i riscaldamenti e ci ha dato la pace fornendo armi all’Ucraina, gli italiani si sono accorti che l’unica forza politica credibile rimasta all’opposizione era il partito di Giorgia Meloni. A questo punto la voglia di cambiamento si è rivolta a lei, persino a prescindere da discutibili propositi in materia economica e di politica internazionale.

Per i suoi alleati, Berlusconi e Salvini, molto ridimensionati dal voto del 25 settembre, non riesce facile riconoscere che la partecipazione al governo Draghi è stata una formidabile cura dimagrante, di cui bisogna prendere atto lasciando alle ortiche l’Agenda dei «migliori».

Al momento tutto lascia pensare che non ci saranno significativi cambi di rotta, e se ciò è comprensibile nel momento del passaggio dei poteri, in futuro potrà rivelarsi come l’ennesima occasione perduta.

La più grave crisi del dopo guerra

Il nuovo governo di centrodestra dovrà affrontare la più grave crisi energetica ed economica del dopo guerra sotto gli sguardi allarmati di chi pensa già di metterlo in difficoltà in patria ed all’estero. Non bisogna dimenticare l’avvertimento para-mafioso della Von der Leyen che alla vigilia del voto, temendo il successo della destra, non si trattenne dal dire: «Se le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti, come nel caso di Polonia e Ungheria». La «direzione difficile» è naturalmente quella di destra. Anche Biden, subito dopo il voto, ha detto la sua: «Avete appena visto cosa è successo in Italia… non si può essere ottimisti».

Sicuramente il governo di centrodestra non potrà dormire sonni tranquilli e Giorgia Meloni è consapevole di stare seduta sopra la bocca di un vulcano, ma se vorrà continuare a meritare la fiducia degli italiani e non rivelarsi una semplice meteora nel cielo della politica italiana, dovrà dimostrare di sapere mantenere dritta la barra del timone e non cadere nelle banalità cui non sanno sottrarsi neppure i politici considerati di rango, come Macron che mostra di indossare un maglione alla dolce vita per superare il freddo e risparmiare energia, o il suo ministro della Transizione Ecologica, una donna sagace che suggerisce di staccare la spina al frigorifero quando rimane vuoto: la transizione dalla fame al freddo.

La prudenza è sempre consigliabile, ma è meglio non illudersi e non sperare che la soluzione dei problemi possa venire da una Unione Europea ormai disorientata e impotente, dove Germania, Olanda, Austria e Ungheria fanno da sé dimostrando l’inesistenza del tanto declamato principio di solidarietà.

Se ci si fregia del titolo di «patrioti», è venuto il momento di meritarselo dimostrando di anteporre la volontà e l’interesse del popolo italiano a qualsiasi imposizione o capriccio di Stati stranieri od organismi internazionali e sovranazionali.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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