Cinque ore davanti al gip: «La bomba serviva ad alzare la scorta»
Cinque ore di interrogatorio e una confessione che non chiude il caso, ma apre nuovi fronti investigativi. Valter Lavitola riconosce di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, sostenendo però di aver agito «per il suo bene».
La ricostruzione consegnata al gip di Roma attribuisce all’esplosione del 16 ottobre 2025 una finalità opposta a quella di un’azione intimidatoria. «Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione», ha sostenuto Lavitola. Il 60enne, detenuto da lunedì scorso nel carcere di Rebibbia, non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha affrontato le domande del giudice alla presenza dei pm della Dda di piazzale Clodio, confermando sostanzialmente l’ipotesi accusatoria sul proprio ruolo nell’attentato.
Attentato a Sigfrido Ranucci, Lavitola: «Movente non politico»
Il punto sul quale l’indagato contesta la ricostruzione degli inquirenti riguarda le ragioni dell’azione. Lavitola ha affermato che «non esiste alcun movente politico» dietro l’attentato e, secondo quanto riferito dal difensore Sergio Cola al termine dell’interrogatorio, ha spiegato: «Ho fatto tutto ciò per tutelare la incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e fargli innalzare la scorta». Una condotta che, nella sua prospettiva, sarebbe stata compiuta «a fin di bene». Cola, pur definendola un «atto indubbiamente delittuoso», ha riferito che Lavitola «lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati».
L’imprenditore, titolare del bistrot “Cefalù”, dove cenava spesso insieme al conduttore di Report, avrebbe fatto piazzare l’ordigno, composto da gelatina da cava, «non per un movente politico anche se di fatto l’attentato, ma non per sua volontà, ha potuto aumentare la popolarità» di Ranucci. A sostegno della propria versione ha richiamato anche il livello di protezione garantito al giornalista all’epoca dei fatti: due uomini, ritenuti insufficienti rispetto alla pericolosità di chi avrebbe voluto aggredirlo. Dopo l’esplosione, ha sostenuto Lavitola, «la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo».
Resta però un punto sul quale il difensore non ha voluto fornire chiarimenti. Alla domanda dei giornalisti se Ranucci, che per gli inquirenti resta la vittima dell’attentato, fosse a conoscenza del progetto di Lavitola, Cola ha risposto: «Su questo non dico assolutamente altro – si limita a dire il legale – Vi sto dicendo solo quello che posso».
Il legale del conduttore: «Delirante teatro della follia»
La versione resa da Lavitola viene respinta con nettezza da Roberto De Vita, legale di Ranucci, che parla di una ricostruzione che «lascia sgomenti» e che «conferma il delirante teatro della follia». L’avvocato ricorda che il giornalista ha una scorta ininterrotta dal 2021 e che la sua popolarità era già da tempo «elevatissima». «Se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante. Ovviamente – chiosa – un conto è la confessione, altro la valutazione della credibilità» di Lavitola.
Il verbale sarà ora esaminato dai pm coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi. Ranucci resta parte offesa, ma alla luce delle dichiarazioni dell’imprenditore non è escluso che nelle prossime settimane possa essere nuovamente convocato in Procura. L’eventuale audizione servirebbe probabilmente a chiarire non soltanto quanto sostenuto da Lavitola, ma anche gli elementi emersi dagli accertamenti delle ultime settimane, compresa l’analisi del cellulare dell’ex editore dell’Avanti!.
Le chat sul progetto politico e Gomes Tavares
Per chi indaga, il movente dell’attentato resta collegato al progetto che Lavitola coltivava da tempo intorno alla figura di Ranucci. «In due anni diventi Presidente» del Consiglio, gli scriveva nelle chat. Un’ambizione che nei mesi successivi all’esplosione avrebbe subito un’accelerazione, con Lavitola pronto a commissionare un sondaggio. Nel quesito erano stati coinvolti anche Ranucci e altri due giornalisti e lo stesso conduttore di Report aveva segnalato «all’amico» alcune migliorie da inserire.
Intanto i magistrati stanno avviando le procedure per chiedere l’estradizione di Gomes Tavares, cittadino camerunense attualmente latitante. Secondo gli inquirenti, il tuttofare di Lavitola avrebbe svolto il ruolo di intermediario con la banda e avrebbe compiuto insieme allo stesso imprenditore almeno due sopralluoghi all’esterno della villetta di Ranucci, teatro dell’attentato.




