La difesa esclude una ritrattazione di quanto già confessato
La confessione resta, ma Valter Lavitola vuole «integrare» quanto già raccontato ai magistrati sull’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. Dal colloquio di oltre tre ore avuto a Rebibbia con l’avvocato Arturo Cola emerge anche un passaggio finora controverso: l’incontro del 7 settembre tra l’imprenditore e il conduttore di Report.
Lavitola, che ha ammesso di essere il mandante dell’azione dinamitarda, non rinnega quanto dichiarato il 12 agosto davanti al gip di Roma nell’interrogatorio di garanzia successivo all’arresto e si prepara ora a rendere dichiarazioni spontanee davanti al tribunale del Riesame. Il movente resta quello già indicato: secondo l’ex editore, l’attentato sarebbe stato ideato esclusivamente da lui, senza altri mandanti, con l’obiettivo di favorire un innalzamento dei livelli di scorta per Ranucci «alla luce delle minacce ricevute».
«È necessario integrare la confessione e lo farà davanti ai giudici della Libertà la prossima settimana», spiega Cola, precisando che «non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito». Il legale descrive Lavitola come particolarmente provato: «Lavitola vive una condizione psicologica certamente non facile – riferisce – perché per una scelta autonoma, ripeto autonoma, ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes Martines, e un fratello in riferimento a Ranucci. È pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene».
L’incontro del 7 settembre e l’avvertimento a Ranucci
Nel colloquio con il proprio avvocato, Lavitola torna anche sull’incontro con Ranucci avvenuto il 7 settembre dello scorso anno, circa un mese e mezzo prima dell’attentato. «A noi interessano i fatti – afferma Cola – in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato». Dalle carte dell’indagine emerge però che i due si sono incontrati alcune settimane prima dell’esplosione.
Secondo quanto riferito dal legale, «in quella sede lo avvisò dei pericoli che correva per la sua incolumità». Resta quindi il nodo del mancato riferimento a quell’episodio da parte di Ranucci quando, dopo il 16 ottobre, è stato ascoltato più volte dai magistrati della Dda. Anche su questo punto Cola riporta la versione di Lavitola: «Secondo Lavitola, il giornalista ha ritenuto questa cosa non importante, forse l’ha affrontata con superficialità, non gli ha dato retta e per questo non ha detto nulla agli inquirenti».
La banda chiede di essere interrogata
Intanto si muovono anche i quattro componenti della banda accusata di avere piazzato l’ordigno all’esterno della villetta di Ranucci. I loro difensori hanno presentato ai pm della Dda di Roma una richiesta di interrogatorio: sarebbe il primo confronto con i magistrati, visto che fino a questo momento gli indagati si erano sempre avvalsi della facoltà di non rispondere.
La richiesta arriva dopo la confessione di Lavitola, che ha sostenuto di averli mandati per compiere un’«azione dimostrativa» con «modalità diverse» rispetto a quelle poi attuate: colpi di pistola contro il muro dell’abitazione e non una bomba. Non è escluso che i quattro intendano fornire chiarimenti sul mandato ricevuto per l’azione da parte di Gomes Tavares, che al momento risulta ancora latitante in Africa.




