Votare è un diritto e un dovere, giusto esercitarli entrambi. Al meglio

Per scongiurare il ritorno della sinistra e dei governi tecnici che ce l’hanno messa tutta per allontanare gli italiani

Molta gente non ha voglia di andare a votare, si sente sfiduciata e spesso anche disgustata dalla pessima prova di sé che dà quotidianamente la politica. In campagna elettorale emerge il peggio dei partiti e lo stesso spettacolo della formazione delle liste ha presentato tratti di spregiudicatezza e di disprezzo verso il comune buon senso da invogliare alla diserzione dalle urne non pochi elettori.

Come se non fosse bastato il triste spettacolo del più cinico e disinvolto trasformismo, che ha caratterizzato la legislatura nata dalle elezioni del 2018, si assiste oggi alla transumanza da una regione all’altra di candidati eccellenti, secondo calcoli di vertice che, non tenendo conto dell’appartenenza e del radicamento territoriale, inducono nell’elettore la sensazione che i meriti politici nulla abbiano a che fare con la difesa degli interessi locali e la conoscenza dei bisogni dell’elettorato.

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In Sicilia, ad esempio, sono stati catapultati, dalle nebbie del nord Italia, i figli di Bettino Craxi: sorella Stefania nel collegio senatoriale uninominale di Gela e fratello Bobo, un tempo deputato di Forza Italia, nel collegio Camera uninominale di Palermo-Monreale, la prima candidata del centrodestra ed il secondo approdato al centrosinistra, in una sorta di sfida a distanza tra fratelli coltelli.

La nuova compagna di Berlusconi, Marta Fascina, “quasi moglie” secondo alcuni esegeti matrimonialisti, calabrese, eletta in Campania ed oggi residente in Lombardia, va a godersi il sole di Sicilia nel collegio Camera uninominale di Marsala. La segue Vittoria Brambilla, lombarda verace, che della Sicilia probabilmente conosce solo le località turistiche, candidata anch’essa per la Camera con il centrodestra nel collegio uninominale di Gela.

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La preferenza per le migrazioni

Il discorso potrebbe essere allargato all’intero stivale regione per regione, ferma restando una indubbia preferenza per le migrazioni verso il sud dove si possono trovare migliori condizioni climatiche ed elettorali. A ciò si aggiunga che l’affettuosità parentale ha impreziosito le liste con mogli, mariti e congiunti vari di personaggi di spicco che si sono sobbarcata l’ardua fatica di scegliere le candidature migliori.

Non stupisce quindi che i sondaggisti rilevino concordemente il rischio che gli elettori, frastornati dal caos politico di ieri e di oggi, possano scegliere la fuga verso l’astensione. Un recentissimo sondaggio Swg stima che quasi un elettore su tre ritiene che «votare non serve a nulla», dando così ragione, magari senza saperlo, a Mark Twain che più di un secolo fa sosteneva che «se le elezioni servissero a qualcosa non ci lascerebbero votare».

Naturalmente, quasi tutte le colpe vengono addossate alla legge elettorale, che certamente non è delle migliori e che avrebbe bisogno di ritocchi consistenti per renderla più efficace e meno permeabile ai giochi ed ai capricci dei leader di partito.

Ad essere più sinceri, andrebbe rivisto l’intero sistema elettorale in modo da offrire la possibilità concreta che dopo le elezioni vi sia un governo certo ed una maggioranza altrettanto certa, pur restando nell’ambito di una repubblica parlamentare. Sarebbe ancora meglio se riuscisse a dare vita ad una repubblica presidenziale con un presidente ed un governo in grado di interagire con il parlamento, ciascuno nel proprio ambito di poteri, per scongiurare così l’eterna instabilità governativa ed i ricatti parlamentari.

Lo schema padronale e leaderistico

Anche i partiti dovrebbero cambiare pelle, abbandonando l’attuale schema padronale e leaderistico per diventare comunità politiche capaci di dare vita ad una libera dialettica interna, coinvolgendo anche gli attivisti di base in un sano spirito di corpo per rendere autentica la partecipazione politica.

Al momento non si può dire che i partiti siano fatti per «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», come vorrebbe l’articolo 49 della Costituzione, sono piuttosto delle conventicole in mano a pochi capi che le utilizzano per i propri fini di partecipazione azionaria nella spartizione della torta del potere. In campagna elettorale brillano per assenza di idee e di programmi credibili, preferendo dedicarsi a rimasticature di vecchie promesse spesso disattese. Eppure non ci si può lasciare trascinare nel disinteresse e nel non voto.

Rimane ancora la possibilità che, in assenza di una vera alternativa all’assetto esistente ed al pensiero unico imperante, ci sia almeno un’alternanza tra opposte coalizioni. Ed oggi è possibile che il centrodestra allontani dalla stanza dei bottoni quella sinistra che da troppi anni governa, pur non avendo una piena legittimazione popolare, con coloro che hanno sempre propiziato l’avvento di governi al servizio di poteri extraparlamentari ed estranei agli interessi nazionali.

In altre parole, se oggi c’è la possibilità che il centrodestra vinca le elezioni, nonostante i suoi limiti ed i suoi difetti, che non sono pochi, è certamente meglio che vinca bene, con una larga maggioranza, per mettere il prossimo governo al riparo da ribaltoni, maneggi e finti salvatori della patria, che hanno fatto perdere agli italiani la fiducia nella politica e la voglia di recarsi alle urne. Votare è un diritto e un dovere, forse è meglio esercitarli entrambi.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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