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La fine delle culture e delle passioni hanno prodotto il sonno della politica

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Sulla sabbia e sotto gli ombrelli non si «incontrano» più i giornali e si parla d’altro

Un tempo andava di moda la politica sotto l’ombrellone. Si sfogliavano mazzette di giornali i cui articoli venivano commentati dai bagnanti e s’innescavano dispute, perfino accese, su questo o quel personaggio, sulle vicende che appassionavano anche chi non era proprio un esperto di partiti e coalizioni. Oggi sulle spiagge il rumore delle onde si mischia, come sempre, a quello dei bambini presi dai loro giochi acquatici, ma non si sente una parola che suoni vagamente legata ad una discussione sulla politica. Sono spariti perfino i giornali insieme con i venditori ambulanti che li offrivano sotto il sole rovente.

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Un rito antico sparito negli ultimi anni. A testimonianza del disinteresse per la politica che la progressiva crescita dell’astensionismo elettorale evidenzia in maniera preoccupante. Sarà per questo – ma non solo – che il vorticoso mutamento degli orientamenti degl elettori, i cui esiti mettono in risalto una profonda ed ormai radicata instabilità, impedisce di valutare a lungo termine le tendenze politiche su cui costruire maggioranze ed opposizioni.

I casi più emblematici che negli ultimi tempi hanno scosso il mondo politico hanno avuto a protagonisti il Movimento Cinque Stelle e la Lega. Nel 2018 avversari elettorali, subito dopo uniti, abbattendo le barriere della logica politica con assoluta miseria intellettuale ed arroganza comportamentale, alleandosi nella formazione del primo governo presieduto da Giuseppe Conte.

Non sappiamo in base a quale ragionamento avvenne il “misfatto” tradendo il centrosinistra, il centrodestra e quella notevole fetta di cittadini facilmente preda d’inganni che votarono cospicuamente per i cosiddetti grillini. I quali saranno stati anche inadeguati, come hanno dimostrato ampiamente, ma non meno di chi in massa li mandò in Parlamento con leggerezza prossima alla dabbenaggine.

Le performances balneari di Matteo Salvini

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Un anno dopo aver tradito i suoi compagni di viaggio, Matteo Salvini, incomprensibilmente manda al diavolo il M5S, dopo gigantesche performances balneari, e si rimette sulla rotta del centrodestra dove la diffidenza, giustificatissima, nei suoi confronti si radica ancor più del tempo della dipartita. Nel mentre i resti di quello che fu il partito di Berlusconi, si allontanano a loro volta dalla “casa madre” per assumere una connotazione “centrista” e Fratelli d’Italia raccoglie le delusioni dei suoi partner e prende a volare nei sondaggi.

Alle prove amministrative insieme sembrano andare abbastanza bene, pur litigando dalla mattina alla sera. A quelle più politiche, comprese le votazioni per le amministrazioni delle grandi città, si spaccano inspiegabilmente, complici anche i diversi atteggiamenti nei confronti del governo Draghi. Ma come, s’invoca dagli interessati l’unità del centrodestra, e poi due dei soci entrano nell’esecutivo ed uno resta all’opposizione? Chi ci capisce qualcosa è bravo.

Dall’altra parte l’ala “governista”, capeggiata da Di Maio, entra in rotta di collisione con la maggioranza pentastellata che vorrebbe un partito di lotta e di governo al tempo stesso, mentre la diaspora diventa esodo di massa. Si parla pure da quelle parti che ancor si definiscono di sinistra di “campo vasto”, o largo, o senza confini – ognuno faccia propria la definizione che più gli aggrada – ma non ci sembra di scorgere una linea comune, bensì un’ambizione singolare e per nulla con l’intenzione di spartirla: quella del Pd di Enrico Letta il quale mostra tutti i segni del signore di una coalizione immaginaria circondandosi di vassalli, valvassori e valvassini.

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Una sinistra in confusione

In questo contesto un centro in formazione con una sinistra in confusione sembra l’orizzonte prossimo venturo della coalizione che sfiderà il necessario centrodestra lacerato, popolato di odi, stravolto e dedito a fregarsi vicendevolmente i voti, presentando liste amministrative contrapposte, raccogliendo cocci, come nelle ultime municipali che i rispettivi elettori non comprendono. Sono le più incasinate classi politiche che il Paese abbia avuto nell’ultimo settantennio. E ci si meraviglia poi se la gente si tiene lontana dai seggi elettorali?

Non solo sotto gli ombrelloni non si discute più di politica, ma in nessun luogo, dai circoli ricreativi ai giardinetti, dalle edicole dove le vendite di giornali si assottigliano, ai caffè dove si preferisce incanaglirsi sulla compravendita dei calciatori piuttosto che sulle giravolte dei parlamentari e i loro disinvolti cambi di casacche: oltre trecento, sembra, in questa legislatura.

«La politica non è più così importante» – ha scritto su Corriere della sera Aldo Cazzullo. «Nessuno – ha aggiunto – pensa più di affidarle la vita. Pochi credono che la politica possa davvero cambiare le cose». Ed in effetti, come rileva, contano più i Bezos, i Musk, i Zuckerberg, quelli che danno il “tono” ed il senso alle nostre effimere esistenze.

La politica si è perduta

Dovrebbe essere il contrario, ma purtroppo la politica, e non solo in Italia, si è perduta. Non conta più lo Stato-comunità, lo Stato-nazione, lo Stato-amministrativo, comunque lo si voglia denominare, ma il Deep State, vale a dire lo “Stato profondo”, l’insieme di quegli organismi, che siano legali o meno poco importa, che in virtù dei loro poteri economici, militari, mediatici, strategici indirizzano gli obiettivi pubblici, prescindendo dalle politiche dei veri Stati che sono i tasselli che costituiscono la politica della Terra. Per di più il Deep State è lontano dall’opinione pubblica e dalla democrazia dei popoli.

Uno “Stato dentro lo Stato”, insomma, formato da lobby e reti e gruppi di pressione perlopiù nascosti in grado di condizionare la politica o agire contro di essa. La gente, in particolare in Occidente, ha incominciato a percepire il potere di questo Stato-antiStato contro lo Stato reale, o quello che tale dovrebbe essere e si è come ritratta di fronte alla complicità nell’avallarne l’esistenza.Il sonno della politica è alimentato dalla fine delle culture e delle passioni che la politica giustificavano un tempo. Quel che vediamo attorno a noi sono cascami pseudo-partitici insoddisfacenti. Nauseanti.

Gennaro Malgieri
Già parlamentare
e direttore del ‘Secolo d’Italia’

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