Il ministro Franco: Il «Pnrr è utile a tutto il Paese e per il Sud è una priorità», ma…

Ma dopo 20 mesi, la spesa è a zero, non ci sono cantieri aperti e qualcuno sente l’esigenza di un piano B. E se non fosse stata una priorità?

Contraddizioni all’italiana. Per il ministro Franco il «Pnrr è utile a tutto il Paese e per il Sud è una priorità». Allora, perché, dopo 20 mesi, la spesa è a zero, non ci sono cantieri aperti e qualcuno sente l’esigenza di un piano B? «Roma avrà a disposizione più soldi (127,4 miliardi a prestito e 81,4 a fondo perduto, ndr) di qualunque altro Paese europeo, ma questo miracolo non è senza condizioni».

Sicché, dopo aver cercato per 2 anni di smentirne l’esistenza, Paolo Gentiloni, Commissario europeo, conferma che le condizioni ci sono. Ma non ha detto che, secondo l’Ue, la maggiorazione, era destinata interamente al Mezzogiorno per aiutarlo a recuperare i ritardi infrastrutturali ed ha già subito un taglio ad opera del Governo all’atto dell’attribuzione delle risorse. E il sindaco di Milano Sala e il governatore lombardo, Fontana, ne hanno approfittato per protestare, che il 40% per il Sud è troppo, mentre è poco il 60% al Nord. Certo, «la matematica non e un’opinione», ma quella rosso-verde, si.

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Di più, le risorse «sussidiarie» derivano dalle risorse (750 miliardi) che la Ue chiede al mercato per il recovery e che dovrà restituire. Inutile dire, che le chiederà ai Paesi membri che ne hanno fatto richiesta, e, quindi, anche a noi. Del resto, a chi altri, se no? Il che farà crescere ulteriormente il già notevole – come rilevato dalla Corte dei Conti – sbilancio a nostro sfavore nei rapporti economici con l’Ue: 38.1 miliardi dal 2014 al 2020.

Basta una semplice sottrazione fra quanto abbiamo versato alle casse di Bruxelles (114,2 miliardi) e quanto abbiamo ricevuto (76,1 miliardi) nel settennio per rendersene conto. Un passivo che aumenterà, quando al contributo al bilancio, dovremo aggiungere quello per ripagare la nostra quota di debito «sussidiario».

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La «leggerezza contabile»

Eppure l’Italia, da sempre contributore netto (dà più e riceve meno) viene accusata, ( «‘O dulore e’ mola e a’ musica int’e’ recchie») dai cosiddetti frugali: Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia di «leggerezza contabile». Non a caso, inizialmente avevano detto «no» al Recovery, poi hanno tentato di limitarne al massimo l’ammontare complessivo, infine hanno costretto la Commissione a riempirlo di condizioni capestro. Poco evidenti, ma così pesanti da metterne a rischio il risultato.

Con ordine. Intanto, per ottenere il Recovery fund i Paesi interessati oltre ad indicare l’opera da realizzare, hanno dovuto segnalare anche gli obiettivi economici che essa intende produrre, tenendo conto che il 10% della dotazione è stata (almeno così assicurano) erogata nel 2021, ma l’altro 90% arriverà solo a opere e obiettivi ottenuti. Il tutto in un arco temporale, per il completamente delle iniziative e l’ottenimento dei relativi traguardi di appena 6 anni, durante i quali i governi saranno tenuti costantemente sotto pressione perché gli interventi siano rapidi e «compendiosi».

Un arco temporale, non lunghissimo. ma neanche troppo breve. Per cui, visto la situazione al momento, non ci si può non chiedere: ce la farà il Paese ad arrivare in forma al 2026? E chi può dirlo? Non lo è adesso, figuriamoci se – andando avanti di questo passo, con lo spread che ha ripreso a crescere, l’inflazione che vola, la stima del pil 2022 in calo, la politica che guarda altrove e finge che «tutto va bene» – potrà esserlo allora.

Le micro-imprese, il caro bollette e il nucleare

Tanto più che la colonna vertebrale del nostro sistema produttivo: le micro-imprese (da 3 a 9 addetti), lamentano che il Pnrr per loro è inutile, perché squilibrato su transizione ecologica, infrastrutture e mobilità e con tempi troppo lunghi, mentre loro annaspano già oggi. E, il ministro Cingolani, pronosticando che «il caro bollette costerà come il Pnrr» ci ha praticamente cantato il «de profundis», aggiungendo che «è il caso di ripensare al nucleare».

Ma il governo dei migliori, non va oltre l’ennesimo intervento tampone di 7 miliardi, per comprare tempo. E il problema s’ingrossa. Draghi annuncia che il 2023 non farà più politica. Paura che non tutto vada come previsto? Chissà! Ma per mandare a quel paese i partiti che continuano a tirarlo per la giacca, dice che un lavoro se lo «trova da solo». Beato lui che può farlo!

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