Draghi punta al dialogo e alla coesione ma dai partiti è assedio sulla manovra

Continua il confronto tra il premier e i partiti sulla manovra per trovare un accordo, ma le tensioni restano

Dopo la sbornia delle migliaia di emendamenti, per la maggioranza è il momento di smaltirla e di cercare di tornare sobri. È questo che il governo sta cercando di fare, e la rete di incontri che Draghi ha messo su sta puntando diritto verso questa direzione.

Tra ieri e l’altro ieri l’ex governatore della BCE ha fatto il punto della situazione con le forze politiche maggiori: prima il M5S e poi, proprio ieri, Lega, Pd e Forza Italia. Oggi Draghi chiuderà con le forze minori poi farà le sue valutazioni traendo le necessarie conclusioni con il chiaro intento di fare appello al senso di responsabilità di tutti.

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La sensazione è che si punterà a una robusta scrematura degli emendamenti. Dagli oltre 5mila presentati si dovrebbe scendere a una soglia più ragionevole di 500. Si tratta dei cosiddetti segnalati nei quali dovrebbero rientrare molte delle richieste che in questi giorni hanno avanzato i vari partiti.

Ormai sembra chiaro che il reddito di cittadinanza rimarrà. Su questo il M5S ha tirato un sospiro di sollievo visto che ormai rappresenta l’unico elemento identitario rimasto, dopo aver accettato anche il sistema di finanziamento del 2 per mille. Al massimo, come ha già annunciato il premier Draghi, saranno introdotti maggiori controlli al fine di ridurre quei gravissimi casi di illegalità che ultimamente, troppo spesso, hanno accompagnato il reddito di cittadinanza.

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I criteri per l’accesso al superbonus

Dal fronte pentastellato probabilmente arriverà la richiesta di rivedere i criteri per l’accesso al superbonus per scongiurare un suo ridimensionamento. Quello però che al momento fa discutere, ed ha trovato subito la decisa contrarietà della Lega, è la proposta di ridurre i criteri per l’accesso degli stranieri al reddito di cittadinanza che dal 2023 potrebbero essere non più dieci ma cinque anni. Un’ipotesi immediatamente bocciata dalla Lega che parla di un «cavallo di Troia per lo ius soli». Difficile che quindi la misura sia approvata.

Dalla Lega invece si continua ad insistere sulla riduzione della pressione fiscale e soprattutto sulla necessità di un intervento per fronteggiare il caro bollette. Preoccupazione condivisa anche dagli altri partiti della maggioranza, come Pd e Forza Italia.

In particolare Enrico Letta ha spiegato che «la preoccupazione principale che abbiamo è il caro delle bollette elettriche, il costo dell’energia che cresce, la necessità di intervenire sia per le famiglie sia per le imprese. Se non lo facciamo ora, la ripresa rischia di venire azzoppata e i consumi delle famiglie rischiano di essere molto colpiti. Al governo e al presidente del consiglio abbiamo posto il tema delle bollette energetiche, come una delle questioni essenziali. Siamo convinti che il governo nella legge di bilancio troverà la soluzione giusta».

La sensazione è che davvero alla fine nella manovra potrebbe trovare spazio un intervento sulle bollette. Finora contro il caro energia in manovra ci sono 2 miliardi di euro, ma potrebbe essere recuperato un altro miliardo grazie alla riforma dell’Irpef che nel 2022 dovrebbe costare 6 miliardi e non i 7 stanziati a regime. Insomma, un miliardo aggiuntivo che potrebbe finanziare interventi per calmierare gli aumenti delle bollette.

Le bandierine dei partiti e i sindacati

Comunque sia la situazione rimane delicata e incerta, anche perché i partiti non hanno alcuna intenzione di mettere da parte le loro bandierine e di fare così un piacere ai loro avversari. A rendere complicato il quadro è anche l’aperta ostilità dei sindacati, contrari al taglio delle tasse previsto al punto da essere pronti alla mobilitazione generale.

A rendere più complicata la situazione c’è poi anche il ritardo con cui la manovra è arrivata in Parlamento e che va assolutamente approvata definitivamente entro il 31 dicembre. Quindi 30 giorni in tutto per chiudere la partita.

Ma come detto non sarà facile. I tantissimi emendamenti devono ancora essere fascicolati e in Commissione Bilancio finora l’ostruzionismo di Fratelli d’Italia si è dimostrato efficace e vincente. Infatti, tutti i senatori stanno intervenendo nella discussione generale rallentando di fatto i lavori. Una situazione che vista in prospettiva rischia di paralizzare l’attività della stessa Commissione, riproducendo quanto si sta verificando nella Finanze dove FdI ha di fatto bloccato i lavori. Ipotesi questa che, visti i tempi ristretti di approvazione, viene vissuta con terrore.

Per il momento il programma di massima prevede lo sbarco in Aula il 17 dicembre della manovra, ma questa data è fortemente a rischio e molto dipenderà anche da Fratelli d’Italia. Ieri Giorgia Meloni, che l’Economist ha profetizzato come possibile premier nel 2022, è tornata ad attaccare la manovra dicendo che «la grande assente nella legge di Bilancio è la tutela delle imprese. Questa deve essere la priorità», ed oggi presenterà nel corso di una conferenza stampa gli emendamenti di FdI alla legge di Bilancio.

Il governo è quindi atteso in Parlamento da un mese difficile, senza dimenticare la gestione della pandemia che con la variante Omicron sta nuovamente rialzando la testa.

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