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Cittadini fuori dal ‘palazzo’ perché convinti di non riuscire a costruire una classe dirigente all’altezza

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Lo Stato è fragile ove si poggia su pilastri d’argilla quando in ogni suo plesso albergano lotte intestine, fatte di veleni senza antidoti

Se come disse Platone «Una delle punizioni che ti spettano per non aver partecipato alla politica, è di essere governato da esseri inferiori» risulta essere una assoluta verità, di certo il clima di non partecipazione va’, negli anni, consolidandosi perché appare a tutti difficile costruire, ispirare ed alimentare una classe dirigente rappresentativa, consapevole e autorevole capace di cambiare una realtà che risulta, allo stato attuale, essere china ed in soggezione.

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Nessun plesso della società appare oggi pronto, partecipe e convinto di potersi dedicare nell’impegno al servizio degli altri, laddove un radicato egoismo si è tradotto nel desiderio corruttore di aspirare all’affare. In questo senso i molti che non sono stati dediti ad accumulare esperienze lavorative, hanno, in questo clima ed in questo contesto, immaginato di poter ambire a fortune senza ragione e senza sacrifici, insinuandosi ed introducendosi in una politica al ribasso.

Di contro, dopo la rivoluzione milanese del ’92, che ha portato alla decimazione della classe dirigente della prima repubblica, risulta sempre più difficile reperire qualità, ovvero professionalità, o ancora intelligenze che siano in grado di assumersi le responsabilità di governo nei comuni, nelle città, nelle regioni ovvero nell’intera nazione. Troppa inquietudine serpeggia tra chi assiste inoperoso o anche tra chi prova a misurarsi con le questioni della ‘cosa pubblica’ e dare sbocchi e soluzioni.

Se in tanti, tra i giovani, sfuggono l’impegno è pure dovuto ad una dimensione adulta della società che gira a vuoto, senza visione e senza aspirazione, se non in possesso di una visibilità sterile, narcisistica e povera di sostanziale costrutto.

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Se a tutto questo si aggiunge, come nell’emergenza Covid-19, un interventismo preordinato alla demolizione dei canoni, essenziali ed elementari, della democrazia di apparati, pezzi dello Stato (prefetture, magistrature, alta burocrazia tecnocratica) che orientano le scelte della politica, allora il sistema si mostra a rischio di implosione e perduto in un incedere confuso e senza meta, se non per rispondere a poteri oscuri e obliqui.

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Certo la politica è debole quando non riesce a rigenerarsi, come avviene da un po’ di tempo a questa parte, ma lo Stato è altrettanto fragile ove si poggia su pilastri d’argilla quando in ogni suo plesso albergano lotte intestine, fatte di veleni senza antidoti, di egemonie senza libertà reali da esercitare, di tessuti istituzionali (linguaggi e comportamenti amministrativi) tarlati al punto da non potere più tenersi in piedi da soli. Dove non c’è onestà, non solo intellettuale, e rispetto per ruoli che promanano da Stato ed Istituzioni, si vive l’ulteriore impoverimento del fare politica e del sapere amministrare.

Tutto ciò riduce la fiducia tra i cittadini e soprattutto mette paura a chi vuole immolarsi avendo a cuore i bisogni ed i desideri ed i meriti delle nuove generazioni. Dalla paura di impegnarsi in politica deriva la ‘lotta di tutti contro tutti’ che serve solo ad imbastardire il confronto tra forze opposte, racchiudendo il tutto in uno stadio di permanente supplenza dove le magistrature, a volte orientati ideologicamente, riscrivono i territori, al punto da interpretarli secondo logiche di conquista e di potere, senza pensare di mettersi a servizio di quei beni comuni, che dovrebbero rendere la democrazia civile, viva, risolutiva, ragionata e non preda di sciacalli e iene, di opportunismi e vigliaccherie.

Non serve il populismo, seppur oggi rappresentativo di vero malessere, ma servono istituzioni che si riempiano di rigore morale, sensibilità solidali e autorevolezza nell’indicare la via dello sviluppo e della partecipazione. Solo così si può cancellare la paura ed iniettare entusiasmo all’agire politico.

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