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Anche l’idea Sicilia isola-continente è tramontata. Purtroppo! 

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Un esilio come perdita di luoghi e memoria, uno sradicamento che confonde la mente e costringe a un rapporto di rispetto e di contrapposizione

Nella storia di molti, spesso la Sicilia diventa isolamento, separazione, ed allora partiamo, evadiamo. Emigranti costretti in una città straniera, viviamo il nostro esilio come perdita di luoghi e di memoria, come uno sradicamento che confonde la mente e ci costringe ad un doppio rapporto che è insieme di rispetto e di contrapposizione.

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Rispetto per abitudini che non condividiamo ma con le quali dobbiamo pur convivere, contrapposizione perché, anche senza volerlo, tendiamo a conservare la nostra identità specifica. Privati di quella forza vitale che proviene dalla nostra identità siciliana originale e sulla quale misuriamo le vittorie e gli scacchi della vita, siamo costretti a chiederci: cos’è stata e cos’è oggi la Sicilia?

I movimenti umani avvenuti nel nostro paese negli ultimi trent’anni, con i cambiamenti antropologici che hanno comportato, la rivoluzione tecnologica, la società post-industriale hanno implicato una serie di conseguenze che sono retaggio al progresso, certo, ma anche l’alto prezzo che abbiamo pagato alla fine delle culture locali, quelle che avevano una loro precisa individualità, quelle che ci facevano «storia».

La Sicilia, intesa come isola-continente, la stessa idea di Sicilia quindi è tramontata definitivamente e tutto si è livellato su parametri mondializzati. La storia contemporanea della Sicilia è la storia della dipendenza da Roma, da Milano e Torino, la storia dei treni del sole, treni senza sole che portavano alla nebbia i loro carichi di emigranti e di speranze.

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Così mentre le nostre campagne finivano di svuotarsi, le regioni del nord, d’Europa e del mondo si affollavano di emigrati siciliani. E sì che la scoperta del petrolio in Sicilia negli anni ’60 aveva acceso la speranza di una rinascita della vita economica e la stessa concessione dello Statuto regionale aveva fatto sperare nel risorgimento della vita politica e della cultura siciliana.

Ma erano state però un’illusione, l’inganno della Fata Morgana, un’utopia che si era frantumata contro le infiltrazioni mafiose, la mancanza di programmi politici, il malgoverno perdurante, gli sprechi, il consociativismo, la corruzione. La storia dell’autonomia siciliana culminata nell’ottenimento di quello Statuto regionale che ha compiuto, lo scorso 27 aprile, ha dimostrato oggi che si è dilapidato un patrimonio di poteri e di risorse straordinarie che le classi politiche, succedutesi alla guida della Sicilia, si sono rivelate incapaci di gestire.

Ancora siamo in troppi a temere che la nostra Isola continui ad accumulare ritardi e in definitiva a perdere ogni giorno di più le possibilità di riscatto, ed allora ci rifugiamo nella sfera dell’immaginazione, del sogno. Ma accanto ai luoghi della memoria – quei paesi e quelle città tranquille e ordinate di una volta – vediamo sorgere oggi orribili costruzioni divorate dal cemento, metropoli e paesi che si credono moderni, immersi nel traffico più caotico, che hanno nel disordine più disperato il loro comune denominatore.

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Riusciamo a cancellare le tracce del passato sostituendole con palazzi slabbrati, campi-scuola, cittàdelle dello sport, regolarmente abbandonati dalla necessaria manutenzione, una volta «finita la festa e gabbato – quindi – lo santo».

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E sono spariti anche i vecchi incubi, gli eventi della antica cultura originaria che aveva creato raffinate ambiguità tra religione e paganesimo, tra riscatto sociologico e sogno visionario: sono sparite le ‘lucciole’ di memoria pasoliniana, è sparito il licantropo di Consolo, l’urlo bestiale che rompeva il silenzio delle notti di luna piena e creava l’incubo, lo spavento notturno carico di male e malefizio, contro il quale si opponevano crudeli gesti esorcistici.

Era una società contadina sana, una società di valori, che il mondo moderno, che ha perduto il privilegio di credere nei suoi “portenti” ha cambiato livellandola, purtroppo, verso il basso. Attraversare la Sicilia significa oggi visitare città e paesi un tempo vitali per cultura e umanità, pieni di speranza e volontà, luoghi che oggi però l’autostrada ha avvicinato ma allontanato per sempre dall’uomo e dalla sua dimensione umana.

Messina, Enna, Caltanissetta, Palazzolo, Acreide, Ragusa, Caltagirone, Riesi o Racalmuto infondono oggi desolazione e pena; città svuotate di uomini e significato. Come Priolo e Melilli che le raffinerie di petrolio hanno reso territorio tra i più inquinati d’Italia, come la ‘mite’ Tindari, che ha perso ormai i suoi pini, il suo vento e le cui «lievi brigate» sono state soppiantate da folle chiassose e scatenate, pur nella sacralità che dovrebbe invece destare la vista di un teatro greco tra i più raffinati del Mediterraneo.

Purtroppo è paesaggio imperante e modello vincente, il panorama della nuova umanità siciliana, uguale ormai, per perdita di identità e di cultura, alle altre realtà regionali italiane nate dallo squallore consumistico degli anni del boom economico, dalla preoccupante assenza di cultura e dell’essere umano, con il suo carico di emozioni e sensazioni.

Isola in cui chi ha cercato di fare la storia, di agire sulla realtà, di operare sulle cose, di denunziare realtà stagnanti e regressive è stato costretto a partire e chi invece è rimasto si è isolato proprio perché non ha trovato più ascoltatori. Metafora ossessiva di una terra vilipesa e rimasta senza storia e senza cultura, ridotta purtroppo a mito ribadito dalla sola memoria personale, processo che resta individuale, narcisistico e improduttivo.

Sicilia, isola della mente, queste vogliono essere ormai le mie immagini: lo specchio scritto di quello che ho visto ma anche delle cose in cui mi sono guardato.

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