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È il Pd l’epicentro dei terremoti che scuotono maggioranza e governo. Sui licenziamenti Orlando costretto alla retromarcia

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Il giallo sulla norma del blocco dei licenziamenti fa rischiare la rottura tra governo e Confindustria

Forse dopo 100 giorni di governo sarebbe il caso di guardare in faccia la realtà e di dire chiaramente come stanno le cose, sia nella maggioranza e sia nell’Esecutivo. A poco più di tre mesi l’orizzonte sembra essere sempre più chiaro, delineando i ruoli che i vari protagonisti di questa ‘strana’ maggioranza stanno iniziando a ricoprire.

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Come sappiamo la vulgata, pompata ad arte dalla stampa e dai media compiacenti, accredita la Lega e Matteo Salvini della parte di guastafeste. Insomma, l’epicentro dell’instabilità e dei terremoti che in maniera quasi continuata attraversano governo e maggioranza sarebbero opera del leader leghista.

A ben guardare però la situazione è molto diversa. Altro che Lega e Salvini, piuttosto giorno dopo giorno il Pd sta emergendo come epicentro di questo terremoto politico che attraversa il governo e la maggioranza, rendendo costantemente instabile il quadro politico. E così ‘ius soli’, ddl Zan, patrimoniale, e ancora il blocco dei licenziamenti e lo stallo sul decreto Semplificazioni. E come sempre se un indizio non fa una prova, qui ce ne è un’intera collezione che consente di formulare un’accusa precisa e circostanziata.

Sia chiaro i numeri ampi di questa maggioranza uniti alla grande abilità politica di Draghi, il quale può anche contare sull’ombrello protettivo dell’Ue e degli organismi internazionali, impediscono che il terremoto produca conseguenze negative per il governo stesso. Ma nonostante tutto ciò l’immagine che si riflette è comunque quella di una maggioranza che avanza con passo incerto.

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In breve, più che guardare alla Lega e puntare il dito contro Matteo Salvini sarebbe il caso di prendere coscienza del fatto che è il Pd con la linea politica fin qui inaugurata da Enrico Letta a mettere costantemente il governo e la maggioranza in difficoltà. Si tratta di un dato chiaro ed evidente a tutti che la segreteria Letta fin dal suo insediamento abbia deciso di caratterizzarsi con un piglio battagliero e chiaramente spostato sul versante sinistro.

Nello scorrere l’elenco delle iniziative e delle battaglie fin qui portate avanti da Enrico Letta, infatti, si evince chiaramente la matrice di sinistra, che stanno caratterizzando il Pd sempre più come partito di sinistra e ben lontano dai temi cari al mondo moderato e di centro. Una circostanza che apre praterie in termini elettorali, che in altri tempi sarebbero state immediatamente colte da Forza Italia, e che invece adesso con il declino fisico del suo leader ne rimane sostanzialmente estromessa. E chissà che l’iniziativa del sindaco di Venezia Brugnaro non sia volta proprio ad approfittare di questa particolare contingenza.

Comunque sia il dato è che il Pd rappresenta il vero elemento di instabilità di questa maggioranza e di questo governo. Basterebbe dare uno sguardo all’ultimo incidente che, guarda caso, porta proprio la firma del Pd sulla questione del blocco dei licenziamenti. Un vero e proprio giallo che ha portato il governo sull’orlo della crisi diplomatica con Confindustria e che soltanto l’abilità e il decisionismo del premier Draghi ha evitato.

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Tutto risale alla scorsa settimana quando il Consiglio dei ministri vara il decreto Sostegni bis. Nel testo uscito dal CdM non c’è alcuna norma che fa riferimento al blocco dei licenziamenti, che da tempo come ha annunciato Draghi sarebbe terminato a fine giugno. E invece nel week end compare una norma nell’articolato che proroga fino ad agosto il blocco.

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Estensore della norma il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ex vicesegretario del Pd di Zingaretti. Una misura sostenuta con forza dai sindacati che temono la macelleria sociale delle imprese contro i lavoratori con una raffica di licenziamenti; ma al tempo stesso si tratta di una norma fortemente invisa da Confindustria, che da tempo chiede di eliminarla per restituire libertà alle aziende.

Di tutto questo ne è all’oscuro Mario Draghi che, appunto, viene avvisato dagli industriali. I toni si scaldano, Orlando cerca di giustificarsi ma il vertice di Confindustria ci va giù pesante al punto che ieri in un’intervista ai giornali di Caltagirone, Messaggero e Mattino, Carlo Bonomi parla di «imboscata», di «metodo inaccettabile» chiamando in causa il ministro del Lavoro stesso il quale avrebbe cambiato all’ultimo gli accordi presi.

Parole durissime che nel frattempo imballano il decreto che infatti non viene né firmato né pubblicato in Gazzetta ufficiale. Così Draghi decide di intervenire e, come spiegherà nel tardo pomeriggio al termine del Consiglio europeo, il blocco dei licenziamenti salta, prevedendo dal primo luglio un forte incentivo a non ricorrere a questi attraverso l’utilizzo della Cig gratuita.

Insomma, per il premier «un miglioramento considerevole sia di una situazione che vedeva l’eliminazione pura e semplice del blocco, sia di una posizione che vedeva il mantenimento del blocco fino a dicembre». Iniziativa che così consentirà a tarda serata il via libera del decreto con la firma del presidente Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Rimangono però le ruggini sia sul fronte confindustriale, dove il vicepresidente Stirpe avverte che questa vicenda «è destinata a segnare in modo profondo anche i rapporti tra Confindustria e il ministero», e sia su quello sindacale con Maurizio Landini (CGIL) che annuncia: «Non siamo disponibili ad accettare che dal 1 luglio ci saranno i licenziamenti. Venerdì andremo davanti al Parlamento e ci organizzeremo per proseguire la mobilitazione».

Insomma, il quadro rimane in bilico e delicato e sarebbe bene che una volta per tutte si attribuissero le giuste responsabilità. Al Pd e al suo segretario Enrico Letta, che chissà così pensa di raccogliere consensi, anche se stando ai sondaggi la sua strategia per il momento sembra essere sbagliata.

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