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Corte dei Conti: 1.083 i comuni italiani a rischio dissesto. Sul podio: Campania, Calabria e Sicilia

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I comuni che rischiano il fallimento per i conti disastrati ed il numero delle città con l’acqua alla gola in Italia è piuttosto ampio. Secondo i dati forniti dal Rapporto Ca’ Foscari  (dell’Università Ca’ Foscari di Venezia) sui comuni italiani sulle condizioni di gestione delle criticità finanziarie locali in un quadro d’insieme e, secondo i dati vidimati nell’ottobre scorso dalla Corte dei Conti, in Italia vi sono 1083 comuni in situazione di dissesto e/o riequilibrio dichiarati.

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Di questi 400 sono sotto procedura di riequilibrio e 683 in stato di dissesto, su un totale di 8389 comuni italiani. Manco a dirlo le regioni in cui vi sono la maggioranza di comuni che hanno dichiarato il dissesto figurano la Campania, la Calabria e la Sicilia. Ma quasi tutte le regioni pagano pegno.

I comuni italiani, che di fatto altro non sono che il “fronte-office” dello Stato, destinati a sobbarcarsi di tutte le emergenze che ricadono sui propri territori di competenza, sono stati destinatari di tagli economici e finanziari che in parte hanno causato le condizioni attuali delle amministrazioni locali.

Prima di avventurarci nei classici luoghi comuni che il dibattito scatena quando si toccano argomenti che riguardano il “problema” del debito pubblico italiano,  che secondo la narrazione “classica”, sarebbe stato causato dall’aver vissuto al di sopra dei nostri mezzi, dal fatto che gli italiani sarebbero un popolo di evasori, meno efficienti e più spendaccioni degli “altri”, sarebbe opportuno riflettere su un paio di cose.

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Non si vuole negare che certe argomentazioni abbiano basi certe sulla quale poggiano, ma la narrazione – ed anche questo è innegabile – è stata  sostenuta e trattata in modo moralistico e toni eccessivi con un unico scopo, implementare e dare seguito a quella che oggi conosciamo come “spending review”. Annunciata come sistema unico ed indispensabile – avrebbe dovuto, attraverso le riforme, portare più efficienza nello Stato e maggiore funzionalità nei servizi per i cittadini – di fatto a beneficiarne sono state la finanza internazionale ed i capitalisti nostrani.

È innegabile che oggi i cittadini sono penalizzati dal peggioramento generale dei servizi sociali, che non giustifica di contro, il continuo aumento dei costi (che paghiamo sottoforma di tasse e tributi avendo rinunciato alla nostra sovranità monetaria), dei servizi offerti. Il nostro Paese, ha un gigantesco problema che oggi tocca quasi tutti i comuni italiani e la tassazione locale ne è l’elemento primario. Argomento spinoso, che non viene sfiorato nemmeno dai sindaci nelle loro campagne elettorali.

Tanto grave è il problema che il confronto civile e politico sull’argomento, risulta assente da ogni dibattito pubblico.

Il fiscal compact, perverso strumento facente parte dei Trattati EU entrato in vigore il 1º gennaio 2013 – che prevede l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre nel proprio ordinamento la “regola aurea” per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo – ha condizionato ferocemente e senza scrupolo alcuno la vita e la stessa sopravvivenza dei nostri comuni. Siano essi piccoli centri o grandi città.

Tra le tante regole a cui le amministrazioni comunali sono costrette ad adeguarsi e sottostare, ve ne è una che costringe i comuni, ad accantonare preventivamente, ingenti somme a garanzia della quota dei tributi che con ogni probabilità non incasseranno da parte dei cittadini che, piegati dalla crisi, dalla mancanza di lavoro e da salari sempre più bassi, non riescono  a pagare i tributi locali.

Soldi dei contribuenti, quelli accantonati, che vengono sottratti al bilancio per i servizi essenziali ed il welfare locale. Il risultato è che una miriade di comuni hanno prodotto costanti e continui disavanzi che li hanno portati, nel giro di qualche anno, al pre-dissesto o al fallimento vero e proprio.

I cittadini si ritrovano oberati da insostenibili tributi locali – anche a causa di coloro che non possono pagarli – mentre i comuni, sono strangolati da regole di bilancio folli, frutto di quella che viene chiamata “armonizzazione” dei bilanci locali e di quella nazionale. Un mix micidiale.

A differenza dei bilanci locali, a Roma i governi nazionali, hanno la possibilità, alla bisogna, di aggirare i vincoli e non rispettare le regole di finanza pubblica. Per i comuni questo diventa impossibile, la tagliola della Corte dei Conti è sempre in agguato. Ed allora ai comuni nono resta altro che abbattersi sui loro cittadini, agendo come freddi e calcolatori emissari esattori. Causando nel tessuto sociale ed economico dei territori, gravi e laceranti asimmetrie tra ricchi e poveri, con sacche di povertà sempre più ampie.

I sindaci e le loro giunte, dovendo sanare i conti e i bilanci – per legge – oltre a vessare i cittadini aumentando le tasse al massimo consentito, privatizzano le aziende pubbliche (il trasporto pubblico locale, la gestione dell’acqua, la raccolta dei rifiuti, la gestione dei servizi sociali e del patrimonio immobiliare), ed esternalizzano i servizi cedendoli ai privati.

Il tutto, pensate un po’, è consentito dalla legge. Una vera e propria spoliazione di beni pubblici e risparmio privato. Benvenuti nell’era della finanza “armonizzata”.

Finanza “innovativa”, quella che prevede la privatizzazione degli utili e la socializzazione dei costi – la procedura attraverso la quale i costi vengono socializzati, è il taglio alla spesa pubblica per il sociale e nel contempo l’aumento delle tariffe per i servizi – ogni comparto della P.A. che richieda “spesa pubblica”, le istituzioni, i comuni, le regioni e lo Stato centrale, sono soggetti alla gabbia senza uscita del fiscal compact.

Così gli ambiziosi progetti descritti nei programmi elettorali dei candidati sindaci, assessori e consiglieri comunali, diventano pura “propaganda”, ben sapendo, i candidati, che mai potranno attuarli. Il sindaco della mia città ne è un esempio.

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Personaggio pittoresco e controverso, è noto al grande pubblico per le manie di protagonismo che ha inscenato durante le sue clamorose proteste. La più famosa rimane quella in cui in piena campagna elettorale per le elezioni regionali  – candidato con l’Udc – si autoimmortalò in mutande sul proprio profilo Fb. L’esibizionismo del personaggio e le uscite di grande effetto, sono un classico del suo repertorio.

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Il 24 giugno del 2018, Cateno De Luca viene eletto Sindaco della città Metropolitana di  Messina. Al termine del ballottaggio con il 65,28 per cento dei consensi, ha battuto il suo sfidante Dino Bramanti, candidato del centrodestra fermo al 34,72 per cento. «La mia è la vera vittoria della società civile, i vecchi partiti del Centrodestra hanno fallito come gli altri»,  dichiara a caldo il neo-sindaco.

Anticipando di fatto la continua ed imperitura propaganda elettorale a cui sottoporrà i cittadini e la città, che gli servirà in primis per tentare di tenere sotto controllo la situazione politico-amministrativa più unica che rara, direi innaturale, in cui si trova. Il sindaco infatti non ha nemmeno un consigliere comunale, visto che nessuna delle liste a suo sostegno ha superato la soglia di sbarramento.

Mentre nei confronti dei cittadini, la propaganda, gli torna utile soprattutto per nascondere il totale fallimento del suo programma di governo, considerato che è innegabile e parimenti documentabile, che gli impegni presi con la città e le promesse fatte sono state – ad oggi – del tutto disattese. Addirittura, vanno nella direzione opposta a quanto scritto sul suo programma ed urlato nei suoi comizi.

La cosa più eclatante è aver stravolto quello che prevedeva il punto 5 del suo programma di governo illustrato in 250 pagine. In sintesi il punto in questione prevedeva la liquidazione di tutte le società partecipate del Comune (servizio idrico, rifiuti, servizi sociali, trasporti, gestione del patrimonio immobiliare) – quindi in senso opposto a quella “finanza armonizzata” che tani problemi aveva causato – ed il ritorno delle aziende pubbliche sotto il controllo del sindaco e della giunta, quindi della politica, come sarebbe giusto che fosse. Ma qualcosa deve essere andato storto.

Perché mentre ai comizi urlava che: «Le Partecipate sono un bancomat della politica» e che: «Finisce l’era del bancomat delle partecipate, della politica e del malaffare», il sindaco invece di chiudere e liquidare le partecipate ne crea 5 nuove: Arismè, Messina Social City, Patrimonio Spa,  Atm Spa e MessinaServizi per la raccolta dei rifiuti. Eh si, qualcosa deve essere andato storto.

Ma non per tutti, solo per i cittadini. La nascita delle partecipate è propedeutica alla creazione di ben 5 nuovi CdA (a leggere l’elenco dei nomi chiamati ai nuovi incarichi vengono i brividi), ed i costi, non indifferenti cadranno direttamente sulle spalle dei cittadini. A questo bisogna aggiungere il piano di riequilibrio del Comune, definito “lacrime e sangue”, presentato dal sindaco ed approvato con il consenso del Consiglio comunale.

Lo stesso Consiglio dove il sindaco non ha neppure un consigliere, lo stesso Consiglio che lo ha descritto come macelleria sociale visto che prevede la privatizzazione dei servizi essenziali come acqua, trasporti, rifiuti e servizi sociali. Il “SalvaMessina” è stato approvato grazie ai voti dei Consiglieri, che hanno contribuito a mettere una pietra tombale sul futuro della città e dei cittadini. Un futuro ipotecato da un sindaco che ha deciso di mettere in liquidazione coatta la città di Messina, cosa che non avrebbe potuto fare senza l’appoggio esterno del Consiglio Comunale e quindi dei partiti che lo rappresentano.

Il sindaco non ha propri rappresentanti all’interno del Consiglio ma, con le nuove partecipate potrà contare sul supporto delle 54 nomine e poltrone assegnate nei posti di sottogoverno. Molti dei quali usufruiscono di “doppi incarichi”, mentre altri arrivano direttamente dal mondo Fenapi, la creatura aziendale di De Luca, che qualcuno ha definito la “corrente Fenapi”.

Questa è la grottesca situazione odierna con cui i cittadini/contribuenti, devono fare i conti. Sulla quale non hanno alcun potere e con la quale i rappresentanti politici – chiamati ad offrire soluzioni – poco o nulla possono fare. Così, i rappresentanti politici, invece di combattere per rivedere radicalmente l’impianto normativo esistente a difesa e tutela dei diritti della collettività, causa primaria delle asimmetrie sociali ed economiche in atto, diventano essi stessi parte del problema.

Adeguandosi, modellandosi ed infine piegandosi al “sistema” per non perdere il loro “status quo” e favorendo l’ingresso nella gestione della cosa pubblica, gruppi privati di capitalisti e la finanza speculativa senza scrupoli. A discapito della collettività, dei cittadini, del popolo. Quelli a cui si sono rivolti per avere il voto che gli ha dato il potere che oggi usano contro i loro stessi sostenitori. In pratica, hanno fatto diventare il voto, la “ratifica” al loro operato, quello che ci rende più poveri socialmente ed economicamente e certifica la spoliazione dei beni pubblici direttamente girati ai privati con la scusa del debito e della mancanza di fondi.

Se realmente i sindaci volessero cambiare le cose, dovrebbero cominciare a spiegare ai cittadini proprio certi meccanismi e dopo averlo fatto, scendere nelle strade a contestare il “sistema” che ci sta fagocitando e precludendo qualunque tipo di futuro non condizionato. Invece a quanto pare si accontentano di agire come commissari liquidatori dei beni pubblici – avendo cura di non perdere il potere acquisito – della libertà, della democrazia, della solidarietà. Ma solo dopo averci chiesto il consenso attraverso il voto.

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