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Il rischio ragionato di Draghi per le riaperture e il passo del gambero per i ristoratori

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Il classico ‘un colpo al cerchio ed uno alla botte’. Si riapre, ma soltanto per chi ha uno spazio esterno. Mentre per gli altri si vedrà. Si potrebbe riassumere così la decisione del governo di avviare, timidamente, il ritorno alla normalità. Un avvio, per l’appunto, molto timido frutto di una mediazione faticosa raggiunta all’interno del governo, che però alla fine serve più a salvaguardare gli equilibri interni della maggioranza stessa che a rispondere alle richieste che arrivavano dalle categorie.

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Si chiude così forse una delle prime attese cabine di regia, a cui un po’ tutti quanti guardavano; sia all’interno della maggioranza, per misurare le rispettive forze, e sia nell’opposizione, cioè Fratelli d’Italia, per capire quale sarebbe stato il campo all’interno del quale muovere le proprie critiche. Senza dimenticare i veri protagonisti e cioè i ristoratori, le varie categorie che da tempo non vedono l’ora di poter tornare a lavorare e che chiaramente attendevano con apprensione le decisioni della cabina di regia.

Ed è stato lo stesso premier Draghi in una conferenza stampa a voler spiegare le scelte prese e soprattutto motivarle. Insomma, il classico ‘volerci mettere la faccia’. E Draghi lo fa assumendosi, come dice nel corso della conferenza stampa, un «rischio ragionato» ma nella consapevolezza che ormai il Paese non può più attendere e che ha bisogno di quel segnale di novità e cambiamento che da tempo ricerca.

Un segnale, che come detto, non è squillante come avrebbe voluto Matteo Salvini, il quale però subito si intesta le nuove misure parlando dell’inizio di «un percorso di ritorno alla normalità, di rinascita e ripartenza» ma soprattutto rivendicando la bontà della scelta di aver sostenuto questo governo perché «da dentro, abbiamo potuto insistere per ottenere la riaperture nei tempi previsti e soldi per le imprese: fossimo rimasti fuori a protestare non avremmo ottenuto questi risultati».

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1 Salvini 0 Speranza? Non è proprio così, perché anche in questa conferenza stampa Draghi mette alla sua destra proprio il ministro che FdI vorrebbe licenziare con una mozione di sfiducia che rischia di intorbidire le acque nella maggioranza. Ma non solo, perché mr Bce nel corso della conferenza stampa ripete di aver stima in lui e di averlo voluto nel governo e soprattutto che «le critiche al ministro Speranza dovevano trovare pace fin dall’inizio perché non erano né fondate né giustificate».

Ma sono piuttosto le misure decise a dimostrare che Draghi ha preferito rimanere in mezzo al guado, senza scoprirsi e soprattutto darla vinta all’uno o all’altro schieramento. Dal 26 aprile a riaprire in zona gialla sia a pranzo e sia a cena saranno i ristoranti e i bar che hanno posti all’aperto. A sua volta resta il coprifuoco alle 22, come aveva voluto il ministro Speranza. Sempre in area gialla riapriranno, ma all’aperto, teatri, cinema e spettacoli mentre per i musei sarà possibile accogliere i visitatori anche al chiuso, così come per gli spettacoli che avranno i limiti di capienza fissati per le sale dai protocolli anti contagio.

E gli altri? Per i ristoranti al chiuso bisognerà attendere almeno giugno, ma l’apertura riguarderà soltanto il pranzo. Ma comunque non c’è una data precisa. Invece, per palestre e piscine? Queste ultime, all’aperto, potranno riaprire i battenti dalla metà di maggio, mentre le palestre dovranno attendere giugno. A luglio toccherà alle fiere, terme e parchi tematici. Infine, le scuole. Tutti in classe in presenza per le zone gialle ed arancioni, mentre in quelle rosse sarà così solo fino alla terza media, mentre alle superiori l’attività si svolgerà almeno al 50% tra i banchi. Insomma, si tratta di un bilancio in chiaroscuro. Il classico bicchiere mezzo pieno.

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Ecco, c’è chi vede il cambiamento, il segnale di discontinuità o come dicono dalle parti di Forza Italia il «cambio di passo rispetto al governo precedente»; ma c’è anche chi continua a vedere la parte non riempita del bicchiere, come Giorgia Meloni che rileva come «a più di un anno dall’inizio della pandemia si continua con la stessa miope e inconcludente visione che ci ha portati fin qui. Resta il coprifuoco alle 22 e rimane il sistema delle zone, con il ritorno di quella gialla. Sono confermate le chiusure fino al 26 aprile e non si sa quando potranno riaprire le attività al chiuso».

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Non mancando di evidenziare un aspetto che continua a rimanere irrisolto e cioè «il problema dei trasporti». Insomma, «da Conte a Draghi tutto cambia perché nulla cambi».

Fin qui la politica, ma i diretti interessati? La Federazione Italiana dei Pubblici esercizi, Fipe-Confcommercio, ammette che «ci aspettavamo maggiore coraggio» anche se «avere una data per poter ripartire e poter lavorare la sera sono certamente segnali che vanno nella giusta direzione».

A preoccupare è in particolare il fatto che «troppe imprese restano tagliate fuori dalla limitazione del servizio ai soli spazi esterni, subendo così una discriminazione». Per queste realtà «il lockdown non finirà il 26 aprile. È fondamentale avere già nei prossimi giorni una road map molto precisa che indichi come e quando le riaperture potranno coinvolgere, nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza, anche tutti quei locali che hanno a disposizione solo spazi interni».

Pure Confesercenti non plaude alle nuove misure, spiegando che tra gli esercizi commerciali «il 50 per cento sarà contento, perché si tratta di un miglioramento per chi dispone di spazio esterno. Per l’altro 50 per cento si tratta invece di un arretramento, perché prima in zona gialla si poteva pranzare o servire l’aperitivo anche al chiuso, ora non più». In una sola parola un «andamento del gambero, un passo avanti per qualcuno e uno indietro per altri».

E sempre all’interno di Confesercenti si focalizza l’attenzione su un punto: «Per le attività prive di spazi esterni, di fatto, si tratta di una proroga delle restrizioni. Una proroga indefinita, oltretutto, visto che non è stata annunciata alcuna data. Di certo non è quello che le imprese si aspettavano dopo tutti questi mesi di restrizioni».

Ecco, se la politica plaude, si appunta medaglie e stellette, gli operatori del settore si limitano a sorridere a mezza bocca a conferma che il giudizio sulle misure forse è meglio farlo con chi è realmente coinvolto e soprattutto quando saranno entrate in vigore. Come si sa questo è anche il gioco della politica specie in un governo nel quale sono tutti dentro, ma poi c’è chi si mette la felpa di Open Arms e chi, invece, per questa Ong ci va a processo. Insomma, viste le premesse questo ‘passo del gambero’ non era del tutto scontato.

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