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La crisi non si sblocca e approda al Quirinale. Conte non vuole dimettersi ma ‘costruttori’ non se ne vedono

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Nel giorno in cui il Parlamento dà il via libera al quinto scostamento di bilancio, la crisi della maggioranza, tutt’altro che archiviata, si sposta al Quirinale dove ieri è andato il premier Conte e dove oggi saranno ricevuti i tre leader del centrodestra: Meloni, Salvini e Tajani.

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Sono trascorse poco più di 24 ore dalla corrida in Senato, dove il governo ha mancato la maggioranza assoluta centrando quella relativa grazie ai senatori a vita e qualche transfuga, ma il fuoco delle polemiche e delle tensioni ancora non si è spento. Anzi i nodi rimangono ancora tutti irrisolti, quasi che il passaggio parlamentare non vi fosse mai stato.

E’ quello che nessuno si augurava, sperando che la giornata di martedì o in un modo o in un altro sbloccasse la crisi. Invece Conte e la sua maggioranza, ormai monca di un pezzo, sono ancora in mezzo al guado e soprattutto alla ricerca di un punto di equilibrio.

Ieri in mattinata il premier ha incontrato i vertici dei partiti di maggioranza per fare il punto della situazione e soprattutto valutare i prossimi passi da fare. Fermo sul no alle dimissioni ed a lavorare a un Conte ter, il presidente del Consiglio ha fissato tra le priorità quella di rafforzare la maggioranza con nuovi arrivi e con la costituzione di quella quarta gamba attraverso la nascita di gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, che dovrebbero accogliere le new entry.

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Conte vorrebbe già in questo fine settimana il varo dei gruppi parlamentari e quindi i nuovi innesti per la maggioranza, in tempo per il primo scoglio previsto mercoledì prossimo in Aula al Senato quando arriverà la relazione sulla giustizia del ministro Bonafede. Renzi ha già comunicato che voterà contro, il che significa che se non giungeranno fatti nuovi il ministro, nonché capo delegazione del M5S, è destinato ad andare incontro a una bocciatura, il cui esito potrebbe essere catastrofico per il governo.

Ecco perché Conte vorrebbe fare presto proprio per mettere in sicurezza il voto di mercoledì. Ma i contatti vanno a rilento, a dimostrazione della difficoltà del compito. Per il momento Renzi è riuscito a tenere compatti i suoi senatori, ed anche dall’Udc e Forza Italia non si registrano movimenti significativi. Il che non vuol dire che non potranno esserci novità da qui a mercoledì, ma la situazione è tutt’altro che agevole.

Dario Franceschini

E che la strada da seguire sia in salita per il governo lo conferma anche lo stesso Franceschini che sempre ieri in un’intervista a Repubblica ha ribadito che il voto in Senato non va visto come un approdo ma piuttosto come un punto di partenza per costruire una maggioranza più solida. Il che tradotto in numeri per il ministro della Cultura corrisponde a 170 senatori. Chiaro che questo rappresenti l’obiettivo di massima, ma dalla maggioranza sono pronti anche ad accontentarsi anche di un numero vicino a 161. L’importante è avere i numeri per controllare agevolmente l’Aula e soprattutto le commissioni, perché così come è adesso la situazione i renziani potrebbe mettere in seria difficoltà il governo in qualsiasi momento.

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Una volta rafforzata la base parlamentare Conte potrebbe mettere mano agli altri punti del programma indicato in martedì scorso in Aula e su cui il Pd pretende risposte. Si parte con il patto di legislatura, indicando quelle che saranno le riforme da portare a termine da qui alla fine della legislatura. Poi si passerà al rimpasto, anche se alcuni posti come quelli lasciati vacanti dai renziani potrebbero essere immediatamente utilizzati per convincere i ‘costruttori’ ad uscire allo scoperto. Infine, la nuova legge elettorale in senso proporzionale su cui sempre il Pd non ha alcuna intenzione di soprassedere, anche per correggere le storture venutesi a creare con l’approvazione della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari.

Sergio Mattarella

Una volta chiuso il confronto con la maggioranza Conte verso le 18.30 è salito al Quirinale. In tutto un incontro di una cinquantina di minuti. Strettissimo il riserbo su cosa si siano detti Mattarella e Conte, ma probabilmente il Capo dello Stato oltre a ribadire la necessità di fare presto nel chiudere la crisi rafforzando il governo sul piano dei numeri, avrebbe anche chiesto che questo avvenga attraverso un percorso serio e che dia affidabilità per il prosieguo della legislatura. Probabile anche la condivisione della preoccupazione per un quadro della situazione politica sempre più complicato e delicato e che con l’uscita di scena dei renziani si è notevolmente aggravato.

Oggi toccherà al centrodestra essere ricevuto al Quirinale dove ribadirà al presidente il fallimento dell’attuale maggioranza, del mercato dei parlamentari in atto da parte della maggioranza e rivendicherà per sé il diritto a tentare la formazione di un esecutivo di centrodestra. Anche in questo caso il presidente si limiterà ad ascoltare e al massimo a chiedere di porre al centro gli interessi degli italiani e del Paese, sia per affrontare la grave pandemia e sia la crisi economica.

E proprio il contrasto alla crisi economica ha portato al via libera dell’ennesimo scostamento di bilancio. Altri 32 miliardi di debiti per finanziare il decreto Ristori V che dovrebbe vedere la luce probabilmente all’inizio della prossima settimana. Stavolta poche polemiche e un via libera quasi unanime da parte dei due rami del Parlamento, anche in considerazione della drammaticità del momento dopo le nuove chiusure decise dal governo per fronteggiare la terza ondata.

Adesso toccherà al governo scrivere il decreto per investire le risorse messe a disposizione del Parlamento. Non sarà facile visto che la maggioranza è preoccupata dal dossier rafforzamento parlamentare, e soprattutto dal timore di non riuscire a trovare una soluzione ad una crisi che nessuno pensava potesse spingersi oltre il passaggio parlamentare di lunedì e martedì. E primi fra tutti proprio il Capo dello Stato.

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