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Scuola e referendum, caos al quadrato. Il Governo non riesce ad andare oltre il nulla

Caos scuola. Ma anche caos referendum. Con l’estate ormai fuori dall’uscio di casa, la politica italiana si avvia a ripartire ufficialmente nella confusione più totale. Il che è senza dubbio responsabilità della politica stessa, visto che i due principali nodi che si stanno palesando all’orizzonte sono frutto di mezze scelte, di decisioni sbagliate e di prospettive completamente sballate.

Il primo ostacolo è la scuola. L’unica certezza, se così la si vuole chiamare, al momento è un numero. 14, di settembre quando le aule torneranno a riempirsi. Ed è proprio questo il problema, o meglio il terrore che serpeggia a Palazzo Chigi. Il ritorno tra i banchi di scuola di alunni, insegnanti, corpo studentesco potrebbe rappresentare il detonatore sul quale far saltare quella Fase3 tanto faticosamente raggiunta.

La movida dell’estate ne è stato un piccolo esempio. Contagi in rialzo e anche tra i più giovani. Fortunatamente le terapie intensive risultano libere, ed è questo il dato più rassicurante soprattutto se si considera quanto accaduto ad inizio anno, quando le strutture ospedaliere del Nord andarono rapidamente in tilt. Stavolta nulla di tutto questo e forse perché l’età dei contagiati si è abbassata notevolmente con tantissimi asintomatici.

Sulla scuola ancora nessun accordo Governo-Regioni

La situazione comunque non fa dormire sonni tranquilli al governo. E adesso ci si mette l’apertura delle scuole. Conte e ministri sono in alto mare. Manca ancora un programma dettagliato per la ripartenza e in particolare non c’è intesa con le Regioni. Anche l’incontro di ieri si è risolto in un nulla di fatto. Due i nodi in particolare: l’utilizzo delle mascherine anche durante le lezioni, e il trasporto pubblico.

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Sul primo punto la chiusura dei governatori è netta, soprattutto per gli alunni delle scuole elementari. Ma il Comitato Tecnico Scientifico ribadisce che al di sopra dell’età di sei anni laddove non ci sia la possibilità di distanziamento l’uso della mascherina è obbligatoria.

Ancora più delicata la situazione del trasporto pubblico. Qui il problema non è soltanto la mascherina ma garantire il distanziamento di un metro all’interno dei bus, evitando assembramenti. Una vera e propria impresa che potrebbe essere vinta soltanto aumentando il numero delle corse e quindi degli stessi mezzi. Ma è proprio questo il problema, le Regioni non hanno le risorse necessarie per garantire tutto ciò.

Marsilio (Abruzzo): «Impossibile assicurare trasporto pubblico»

Marco Marsilio

Duro il governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio, che ha detto: «Sulla riapertura delle scuole, le Regioni hanno parlato chiaro e detto per l’ennesima volta al Governo che in queste condizioni non è possibile assicurare il servizio, soprattutto quello di trasporto. Non si tratta di pregiudizio di ‘parte’: a farsi portavoce delle criticità sono stati i Presidenti e gli assessori delle Regioni governate dal Pd, non solo quelli di centrodestra».

Sul trasporto pubblico e scolastico ci sarà un nuovo approfondimento venerdì pomeriggio, con una riunione specifica dopo la Conferenza Unificata che dovrà approvare il documento sulla riapertura delle scuole. Ma l’incertezza è tanta anche perché al di là delle criticità del trasporto pubblico rimangono in sospeso sia la questione dei banchi e delle mascherine.

Zingaretti: «Sì al referendum dopo via libera Camera a riforma legge elettorale»

Nicola Zingaretti

Detto della scuola, l’altro grande elemento di instabilità e confusione è il referendum costituzionale. Ieri Nicola Zingaretti ha rotto gli indugi in una lunga intervista al Corriere della Sera. Morale della favola, il Pd vuole un impegno concreto degli alleati di governo sulla legge elettorale per sostenere ufficialmente le ragioni del sì.

«Sosteniamo da sempre la riduzione del numero dei parlamentari, tuttavia per votare Sì e far nascere il governo abbiamo chiesto modifiche dei regolamenti parlamentari e una nuova legge elettorale, per scongiurare rischi di distorsioni nella rappresentanza e tutelare adeguatamente i territori, il pluralismo e le minoranze. Tutta la maggioranza ha sottoscritto questo accordo, ora faccio un appello affinché sia onorato», ha spiegato nell’intervista Zingaretti.

In realtà, al di là della volontà politica i tempi per approvare in prima lettura alla Camera il testo della riforma elettorale sono ristrettissimi. E’ quasi un’impresa. Almeno due sono gli ostacoli: uno il calendario fitto, come ha fatto notare Marco Di Maio deputato di Italia Viva; secondo il clima interno alla maggioranza non certo idilliaco.

Crimi: «M5S rispetterà patti»

I Cinquestelle chiamati in causa hanno risposto con il capo politico Vito Crimi: «L’avvicinarsi della data del referendum sul taglio dei parlamentari ripropone contestualmente quello della legge elettorale. Su questo tema centrale il Movimento 5 Stelle si è già espresso chiaramente, più volte e a più voci: i patti li rispettiamo e siamo disponibili a dare il nostro contributo in qualunque momento».

Matteo Renzi

Al di là del M5S a preoccupare è la posizione di Italia Viva. Matteo Renzi ha ribadito più volte di essere a favore del maggioritario e contro questa riforma, che si basa appunto su un proporzionale puro. Ma il vero problema è rappresentato dalla soglia di sbarramento al 5 per cento, troppo alta per Italia Viva e che nei fatti segnerebbe l’estinzione politica del progetto renziano. Quindi prima bisognerà trovare un’intesa su un testo diverso, con una soglia più bassa, e poi si potrà passare per il voto in Aula.

Il che significa tempo che come visto non ce ne è o è molto poco. Senza considerare che all’interno del Pd, come negli altri partiti, sono in molti ad essere scettici su un sostegno al Sì. Il ragionamento fatto è che una vittoria dei Sì sarebbe un regalo al M5S, che dall’inizio della legislatura ha fatto di questa riforma un suo cavallo di battaglia. Quindi, perché questo regalo al M5S? Se ci tengono tanto se l’approvino da soli la riforma.

A questo poi si aggiunge un altro dato e cioè che la tendenza dei No sarebbe in netta risalita, al punto che non sarebbe più tanto scontata la vittoria dei Sì. In pratica si starebbe verificando la stessa situazione con il referendum costituzionale del 2017, quando proprio la personalizzazione fu fatale a quella riforma. Insomma, il fatto di essere figlia del renzismo, ormai caduto in disgrazia tra gli elettori, portò quella riforma al fallimento. Potrebbe perciò accadere lo stesso con questo referendum? La crisi dei Cinquestelle nel Paese potrebbe affossare anche la ‘loro’ riforma?

E’ su questo che si stanno interrogando in molti. E non sarà certo un caso che l’unico a rimanere in silenzio finora sia stato Silvio Berlusconi. Dicono che stia attendendo sondaggi accurati dalla sua sondaggista di fiducia, Alessandra Ghisleri. A conferma che quello che qualche mese fa sembrava certo, ormai non sembra esserlo più.

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