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Super Sud, un tuffo nella storia | 25 dicembre 1130 a Palermo, insieme al Bambinello, nasceva il Regno di Sicilia

Francesco II di Borbone
Francesco II di Borbone, ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie

Quella del 25 dicembre 1130 a Palermo deve essere stata davvero una notte tutta particolare. I siciliani, cattolici e no, hanno potuto festeggiare due eventi, il primo che ormai si ripeteva ininterrottamente da più di 11 secoli e da altrettanto tempo segnava la storia del mondo: la nascita di Gesù Cristo; il secondo: l’incoronazione, ad opera dell’antipapa Anacleto II, di Ruggero II d’Altavilla a Re di Sicilia, battezzando, così, la nascita del Regno omonimo che, da quel momento in avanti e fino al 1861 avrebbe segnato per ben 730 anni la storia dell’Italia Meridionale, anche se tra alterne fortune e passando da dinastia a dinastia, da sovrano a sovrano, tra rivolte e sommosse, conquiste e perdite di territorio.

Durante questi 7 secoli ed oltre di vita, il Regno di Sicilia riuscì ad allargare a tal punto i propri confini, fino ad aggiungervi nel 1734 anche la Campania, da essere costretto a cambiare la propria denominazione in Regno delle Due Sicilie e da rappresentare alla vigilia dell’unificazione lo stato nazionale più esteso territorialmente. In quell’anno fatidico del 1861, infatti, il Regno comprendeva tutto il Sud continentale dell’Italia, l’Abruzzo, il Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia e nel 1860 ospitava più di nove milioni d’abitanti.

Il territorio del Regno diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia:

Napoli e la sua provincia; Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti; Primo Abruzzo Ulteriore con capoluogo Teramo; Secondo Abruzzo Ulteriore con capoluogo L’Aquila; Basilicata con capoluogo Potenza; Calabria Citeriore con capoluogo Cosenza; prima Calabria Ulteriore con capoluogo Reggio; Seconda Calabria Ulteriore con capoluogo Catanzaro; Molise con capoluogo Campobasso; Principato Citeriore con capoluogo Salerno; Principato Ulteriore con capoluogo Avellino; Capitanata con capoluogo Foggia; Terra di Bari con capoluogo Bari; Terra d’Otranto con capoluogo Lecce; Terra di Lavoro con capoluogo Capua e poi Caserta; in Sicilia i capoluoghi di provincia erano: Palermo, Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanisetta, Messina, Catania, Noto.

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Le dinastie che, in quei sette secoli e più, vi regnarono, furono tutte di origini straniere, ma i sovrani che sedettero sul trono riuscirono ad adeguarsi a tal punto al territorio ed alla sua gente, apprendendone velocemente la lingua e le usanze, da diventare in breve anche loro meridionali a tutto tondo.

Federico II
Federico II di Svevia

Questa comunque la cronologia delle dinastie: Normanni (1130-1194), Svevi (1194-1266), Angioini (1266-1442), Aragona (1442-1503); Spagnoli (1503-1707), Austriaci per solo ventisette anni (1707-1734) e infine di nuovo gli spagnoli (1734-1861). Parlare singolarmente di tutti i sovrani che ebbero l’onore di sedere sul trono, nei 730 anni del Regno, sarebbe troppo lungo, per cui ci limiteremo soltanto ad elencare i più importanti delle varie casate: Ruggero II d’Altavilla, Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona e il viceré spagnolo Pedro de Toledo.

Ma la vera svolta, quella che avrebbe consentito al Regno meridionale di crescere e conquistare un posto di rilievo fra gli Stati europei, avvenne nel 1734, allorquando la Spagna rioccupò il Regno, strappandolo agli Asburgo e dando il via all’era borbonica che, pur con due brevi interruzioni, dal 22 dicembre 1798 al 13 giugno 1799 con l’esperienza della Repubblica Napoletana e dal 2 dicembre 1805 al 20 maggio 1815 con l’occupazione e la dominazione francese, con i suoi re Carlo (1734-1759), Ferdinando I (1759-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1861), restò alla guida del Regno per ben 115 anni.

Ed è proprio di questo ultimo periodo di storia napoletana che discuteremo più approfonditamente in queste pagine perché è proprio quello che avendo, seppure involontariamente, accompagnato il Sud all’Unità, ci consente di raccontare qual era la realtà dell’Italia del tacco al momento dell’unificazione.

La patria degli italioti

Il fatto, però, che io ritenga sia giusto far coincidere l’inizio della storia del Sud con la nascita del Regno di Sicilia, non significa che nell’Italia meridionale, prima di quella data, non sia successo alcunché di significativo e di particolare interesse per la storia. Tutt’altro. Anzi, non dimentichiamo che è stato proprio il territorio che oggi forma l’Italia meridionale ad aver ospitato e, quindi, fatto nascere la primissima civiltà italica. Non per altro, Alberto Consiglio, ne ‘La rivoluzione napoletana del 1799’, sottolineava come «Pochi reami hanno origine così illustre e così complessa. Se esso non fu il primo dei raggruppamenti politici che, dopo la caduta dell’Impero Romano, ebbero tale nome, fu certo il primissimo nel quale l’autorità regia seppe affermarsi sulle minori autorità dei feudatari».

E, quindi, per completezza di trattazione, mi sembra giusto provare un attimo a ripercorrere, anche se velocemente, ciò che si è verificato nel territorio dell’Italia del Sud, prima di quel fatidico Natale del 1130. Un territorio che seppe giovarsi al meglio del notevole grado di indipendenza che la sua posizione geografica piuttosto defilata rispetto all’Europa Germanica ed al resto dell’Italia, consentiva ai duchi longobardi di Benevento un’autonomia che permise loro di allargare i propri domini fino a conquistare quasi tutta l’area che, da lì a qualche secolo, avrebbe costituito il territorio del Regno delle due Sicilie.

Ma l’origine della potenza dei duchi di Benevento va ricercata anche nella relativa vicinanza con i ducati greci di Gaeta, Napoli, Amalfi e Salerno, da cui trassero forza, determinazione e consapevolezza. Nel beneventano gli eredi delle genti barbariche, che pure si erano convertite al cristianesimo, avevano saputo far tesoro dell’ideale politico dell’antica Roma, fino ad essere pervasi da uno spirito di unità nazionale – fino a quel momento praticamente sconosciuta – tanto coesa e granitica da immunizzare da qualsiasi rischio esterno il proprio territorio. Il che spinse Pietro Giannone ad accreditare i beneventani come i veri ed unici capostipiti del Reame.

Non meno dei sanniti, però, hanno contribuito alla costruzione della tradizione storica meridionale i duchi ed i vescovi dei territori partenopei che, pur ‘prigionieri’ di una realtà cittadina molto più piccola di quella beneventana e quasi quotidianamente impegnati a difendere le loro terre dalle invasioni barbariche, seppero conservare e rivalutare, anche negli anni più tenebrosi del Medioevo, il fuoco delle nobili ed antiche tradizioni mediterranee.

Tant’è che, mentre benedettini, basiliani e chierici della Stefania napoletana si prodigavano a miniare e copiare codici, non disdegnando, però, allorquando se ne presentava l’esigenza, di difendere armi in pugno la propria terra dagli attacchi delle torme barbariche, qualche duca vescovo – pur senza rinunciare a respingere gli attacchi del Gestaldo di Nola – inviava a Bisanzio i propri amanuensi per copiare opere filosofiche e letterarie.

Purtroppo – anche a causa della limitatezza delle forze disponibili da mettere in campo in caso di bisogno – non sempre l’eroismo dei popoli napoletani sarebbe stato sufficiente a preservare l’indipendenza della città, dalle voglie egemoniche dei potenziali aggressori. Sicché, spesso, per poter far fronte in maniera adeguata ai tentativi d’aggressione della crescente potenza beneventana, i napoletani, per non soccombere e difendere la propria preziosissima autonomia, si videro costretti a far ricorso a tutta la loro intelligenza ed all’aiuto della propria astuzia. Tant’è che, aggrediti dai longobardi, ricorsero ai Saraceni di Sicilia e, quando questi ultimi osarono avanzare richiesta di mercede per il proprio intervento, invocarono in loro soccorso lo spirito cristiano dei longobardi.

Di più, nell’ansia di guadagnare sempre nuove ricchezze, parteciparono a tutte le contese fra barbari e non disdegnarono in alcun’occasione di soffiare sul fuoco dei contrasti fra beneventani e capuani e fra questi ultimi e salernitani, ma alla fine riuscirono sempre a trarne qualche vantaggio, piccolo o grande che fosse, in termini di ricchezza economica o di territorio.

Un atteggiamento questo tra la neutralità e la provocazione che, però, consentì loro di arrivare all’alba della resistenza, con l’orgoglio e la soddisfazione di essere riusciti ad impedire a qualsivoglia piede barbaro di calpestare il selciato della propria città. E se i beneventani continuavano ad espandere la propria potenza ed i napoletani a difendere a denti stretti e con successo la propria indipendenza, gli amalfitani erano ormai prossimi – anzi, forse lo erano già – a diventare i padroni dei mari.

Al punto che, come scriveva sempre Alberto Consiglio, «Non ancora l’orgoglioso leone di San Marco aveva levato il capo dalla laguna, ove sugli arenili avevano trovato rifugio i profughi di Aquilea romana, né San Giorgio aveva esteso la sua dominazione sui mari, che già Amalfi, con le sue prore rosse, i suoi mercanti esperti, le sue bussole, il suo famoso codice, i suoi pregiati tarì, correva i mari d’Oriente, e apriva le porte di quella nuova civiltà borghese e mercantile che, nata in Italia, doveva costituire il superamento della società feudale».

In pratica, all’ennesimo passaggio della storia, quella che era stata la prima patria degli italioti, si presentò annoverando a suo indiscutibile merito, tre notevoli primati: 1) aver saputo mantenere inalterata fin oltre il Medioevo la propria tradizione greco-romana; 2) essere riuscita a dar vita ad una forte e consapevole società feudale; 3) aver dato ospitalità ai primi nuclei del nascente evo.

Fu proprio in questo momento che apparvero all’orizzonte del Sud le prime torme di guerrieri normanni. Guerrieri che – secondo le fonti storiche, per altro né numerose né esaurienti – erano divisi in due bande, capeggiate rispettivamente da Gilbert Buatere e Osmond Drengot, due fratelli costretti a scappare dalla Normandia perché colpevoli dell’assassinio di Guillaume Repostel che aveva accusato uno di loro di aver disonorato la figlia.

Una volta giunti, si trovarono al cospetto di una realtà territoriale e politica, assolutamente debole e disgregata dalle faide interne e dalle lotte per la conquista del potere e dalla voglia egemonica ed espansionistica delle vecchie e nuove aristocrazie locali, delle singole famiglie di potentati, ma anche delle strutture ecclesiastiche che non più soddisfatte del potere spirituale, ambivano conquistare anche quello temporale.

Ma qual era, in definitiva, la situazione? Vediamola:

  • in Sicilia il potere centrale musulmano cominciava a perdere forza di fronte ai colpi infertigli dai nascenti emirati di Mazara, Girgenti e Siracusa;
  • Puglia e Salento, con Lucania e Calabria, subivano ancora la potenza dell’impero bizantino. Un impero, però, che appariva anch’esso ogni giorno più debole per le rivolte dei ceti illuminati delle città e per quelle dei contadini che sembravano sempre più insofferenti alle già esose, e tuttavia crescenti, vessazioni fiscali imposte da Costantinopoli;
  • i ducati di Benevento, Capua e Salerno, costituivano la cosiddetta Longobardia Minor, ma la loro influenza, per quanto sostanzialmente estesa, si dipanava lungo la fascia appenninica di Campania, Basilicata, Molise e Puglia settentrionale, ovvero il territorio più povero ed improduttivo del Sud;
  • le grandi signorie monastiche di San Benedetto di Montecassino, San Vincenzo del Volturno, Santa Sofia di Benevento e Santa Maria del Patirio godevano di grande autonomia e privilegi in forza delle concessioni loro fatte da imperatori e pontefici;
  • i ducati di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento, continuavano a mantenere rapporti che, però, divenivano sempre più flebili con Bisanzio, e continuavano, come sottolineato prima, a destreggiarsi fra bizantini, arabi e longobardi, per conservare la propria indipendenza.

Così i normanni, approdati nell’Italia meridionale, seppero approfittare al meglio di tutte le occasioni utili ad espandere il proprio potere nel Sud d’Italia. La prima delle quali fu offerta loro su di un piatto d’argento dal Pontefice Niccolò II che, in crisi per uno scisma scoppiato a Bisanzio, non esitò ad allearsi con essi, pur di allontanare il pericolo rappresentato dalla presenza nei territori al di sotto del Garigliano di bizantini ed arabi.

Super Sud, un tuffo nella Storia – Leggi le puntate precedenti

Cominciò, da quel momento, l’inarrestabile conquista dell’intero territorio meridionale da parte dei normanni, che, avendo aiutato il Pontefice a liberarsi dei musulmani, ne ricevettero in cambio prima l’aiuto ad allargare il dominio e poi, con l’atto di incoronazione a Re delle due Sicilie di Ruggero II da parte del Papa Anacleto II, il riconoscimento di padroni assoluti dell’intero territorio meridionale.

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