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Rivisitando la storia di quando il Sud era primo

Per carità, non sono un nostalgico dei Borboni né un fan della cosiddetta ‘insorgenza’ né favorevole al ‘ribellismo’, ma da meridionale per nascita e meridionalista per scelta di vita – per altro non particolarmente remunerativa, perché non allineata a chi vuole un Meridione elemosiniere – non posso assolutamente accettare la posizione di chi parla di autonomia differenziata, sparando continuamente ad alzo zero, contro l’unità d’Italia.

E, si badi bene, non perché sono contrario al federalismo, che, anzi, a mio parere – se simmetrico laddove tutti sono sullo stesso piano e godono degli stessi livelli essenziali delle prestazioni – rappresenta una risorsa e non un rischio per l’Italia del tacco. Bensì perché ritengo che se c’è qualcuno che, sulla base della stato delle cose all’atto dell’unificazione, avrebbe di che lamentarsi, questo è proprio il Mezzogiorno che ci ha rimesso tutto e non il Nord che, invece, ne ha ricavato il massimo vantaggio possibile e immaginabile.

Tremonti: «Sud penalizzato dalla mancanza di una banca meridionale»

Tant’è che a distanza di oltre un secolo e mezzo, il ministro dell’Economia del Governo Berlusconi, Giulio Tremonti, uomo del ‘profondo nord’ che nei confronti del Sud non è mai stato particolarmente tenero, in una nota apparsa sulla prima pagina del ‘Corriere della Sera’ nel settembre del 2004 sottolineava come, dopo l’acquisizione del Banco di Napoli da parte dell’Imi-Sanpaolo di Torino, lo sviluppo del Sud sia stato penalizzato dalla mancanza di una banca meridionale, una struttura creditizia cioè che investa al Sud i risparmi che qui raccoglie.

Giulio Tremonti
Giulio Tremonti

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Il ministro, insomma, è stato costretto a riconoscere che «prima d’essere unificato col Nord, il Mezzogiorno aveva un suo proprio, se pure fortemente arretrato, sistema politico; aveva un suo proprio e invece molto evoluto sistema finanziario; era a ridosso della rivoluzione industriale. I titoli delle Due Sicilie erano trattati nelle principali piazze finanziarie d’Europa. Non solo vasti settori dell’agricoltura meridionale competevano direttamente sul mercato internazionale, ma le manifatture tessili e meccaniche, i cantieri e le ferrovie delle Due Sicilie erano un forte incubatore di sviluppo industriale. Poi è venuta l’unificazione, che ha annichilito la società meridionale e di riflesso e per conseguenza ha interrotto il suo processo di sviluppo».

«Da un giorno all’altro – continuava Tremonti -, antiche e gloriose capitali sovrane furono trasformate in Prefetture, senza che ci fosse, nel Mezzogiorno, il baricentro di una forte società municipale. Un tipo di società civile questa che era invece presente e per compensazioni sarebbe divenuta sempre più forte nel resto del Paese. Eliminate le vecchie strutture politiche centrali, il Mezzogiorno si trovò invece nel vuoto: senza il suo centro; sotto un centro che per decenni sarebbe stato remoto ed alieno, quando non ostile; senza una base municipale. Fu la fine del processo di sviluppo del Mezzogiorno: senza più una sua guida, sotto una guida esterna, l’economia meridionale si fermò».

Un’affermazione, quella del ministro Tremonti, che, come si può facilmente notare, fa a pugni con quella dei suoi colleghi leghisti di governo all’epoca, facendone risaltare, oltre il livore antimeridionale che la permea, anche la sua scarsissima conoscenza di quali effettivamente fossero le condizioni economiche di Nord e Sud, al momento della storico incontro di Teano fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi e, soprattutto, cancella d’un solo colpo tutte le bugie sul Sud povero, arretrato e derelitto che, da quella stretta di mano in avanti, hanno accompagnato la storia dell’Italia unita.

La decisione di riproporre in ‘Supersud‘, apparso in libreria nel lontano 2011 proprio in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, la situazione generale dell’economia meridionale all’alba dell’unificazione non è scaturita da una perversa voglia del sottoscritto di provare a ‘rovinare la festa’ mettendo in discussione le ragioni del Risorgimento (al quale bisogna essere, comunque, grati, perché ci ha regalato quel grande Paese unito che, pur con tutti i suoi limiti, è l’Italia).

Né di rinnegare il processo unitario, né lo abbiamo fatto per poter poi sostenere che i Borbone fossero migliori dei Savoia ed avessero più a cuore le sorti della propria gente (gli uni come gli altri erano pienamente inseriti nel contesto storico del momento e si muovevano nella stessa logica di tutti gli altri sovrani dell’epoca) né per accreditare l’idea che l’Italia del tacco, al momento dell’unificazione, fosse una sorta di paradiso terrestre.

Neanche il Mezzogiorno però è esente da colpe

Per altro, so bene che andare a rimestare fra le cifre della storia, non serve a ridare al Mezzogiorno quello che è andato perduto, così come, del resto, so che neanche il Sud è esente da colpe e responsabilità per quanto attiene le condizioni in cui oggi è ristretto.

Per onestà intellettuale e, soprattutto, per non comportarmi nella stessa maniera omissiva con cui si è comportata la storiografia ufficiale nei nostri confronti, è giusto sottolineare, infatti, che dal 1951 al 2011, tra risorse nazionali (280 miliardi di euro ovvero circa 560mila miliardi di vecchie lire) ed europee (200 miliardi di euro ovvero circa 400mila miliardi di lire del vecchio conio) nel territorio al di sotto del Garigliano sono piovuti ben 480 miliardi di euro, in pratica circa 960mila miliardi di vecchie lire. Scusate se è poco. Solo che sono scivolati lungo il tacco dello stivale, senza lasciare alcun segno del loro passaggio.

So benissimo, quindi, che se lo spirito informatore del mio lavoro, fosse di scavare nella melma per continuare oggi, a 159 anni da quel momento, a sostenere che il Sud è stato derubato e deve essere risarcito di quel furto, sarebbe tutta ‘fatica sprecata’, perché «piangere sul latte versato» serve a poco. Anzi, decisamente a niente. Anche perché il Mezzogiorno ha dimostrato ampiamente di non aver saputo far tesoro degli strumenti (leggi: risorse) che, poi, quello stesso Stato accusato di averlo derubato, ha, in seguito, messo a disposizione dalle sue ceneri post-unitarie.

E’ arrivato il momento di far piena luce su verità e menzogne storiche

Se, quindi, nonostante questa consapevolezza, ho voluto proporre alla vostra attenzione gli avvenimenti della storia preunitaria, lo si deve semplicemente al fatto che – considerando quanto in questo secolo e più di storia patria, la cultura ufficiale ha cercato di contrabbandare per verità assolute – ritengo essere finalmente arrivato il momento di fare chiarezza su quella che, in realtà, è una vera e propria menzogna storica, che – nel mentre ha consentito a qualche signorotto del Nord di vestire i panni del “salvatore della patria” – ha ridotto il Mezzogiorno in una situazione di assoluto disagio sociale, civile, economico, ma soprattutto morale, frustrando per decenni la voglia ed il desiderio di riscatto delle genti del Sud.

Francesco Paolo Casavola (a destra) e l’ex presidente Giorgio Napolitano

E’ tempo, insomma, che anche i meridionali si rendano conto di aver contribuito in maniera determinante – anzi, dal punto di vista finanziario, certamente più degli altri e molto più di quanto non si voglia far credere – alla nascita ed allo sviluppo dell’Italia unita, stimolando, inoltre, negli italiani del Sud, come in quelli del Nord, quell’irrinunciabile esame di coscienza che – come, a suo tempo, ha sottolineato su Il Mattino, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Francesco Paolo Casavola – consenta a tutti, al di là ed al di qua del Garigliano, di comprendere cos’è che non ha funzionato e perché il 150° compleanno dell’unità trova l’Italia più divisa che mai. Anzi spaccata.

Con quella settentrionale che odia quella meridionale ed è ripagata con la stessa moneta, perché entrambe ritengono l’altra responsabile dei problemi che affliggono il Paese in generale, ma anche la propria area. Con la prima che accusa la seconda di essere la «palla al piede» dell’Italia e di aver contribuito, con l’assistenzialismo e gli sprechi, a prosciugarne le casse pubbliche e la seconda che ricambia, assumendo che se si trova ridotta nell’attuale condizione di sottosviluppo e di arretratezza, la colpa è dell’altra che ha ermeticamente sigillato i rubinetti dello Stato rivolti a “mezzogiorno”, aprendo sempre di più quelli rivolti a “settentrione”.

Lo sviluppo può arrivare con l’istituzione della macroregione autonoma

In entrambe le tesi c’è un fondo di verità, ma anche tanta retorica e strumentalità. Ed è proprio dalla eliminazione di questi due aspetti che bisogna ripartire, se davvero si vuole consentire all’Italia unita – autonomia macroregionale non significa dividersi – di riprendere il cammino della crescita democratica e dello sviluppo economico.

Francesco II di Borbone
Francesco II di Borbone

Non si illuda il Nord che sarebbe diventato quello che è oggi, se non avesse potuto contare, nel 1861, sulle risorse finanziarie del Regno del Sud e, successivamente, delle braccia dei lavoratori del Sud, emigrati oltre il Garigliano il cui contributo allo sviluppo della loro area è stato notevole e determinante; e non creda il Sud che la sua esistenza sarebbe stata diversa e, soprattutto, migliore, se in quel lontano e fatidico giorno di 150 anni fa, non ci fossimo ritrovati tutti insieme sotto un’unica bandiera.

Del resto, bisogna anche riconoscere – al di là di qualsiasi valutazione possibile ed immaginabile sul se e come a tale risultato si sia arrivati – che l’unità rappresentò soprattutto la naturale conclusione di un processo storico evolutivo, tendente a tale obiettivo, già in atto da tempo, sia sull’intero territorio nazionale, sia al di fuori di esso e che, se non fosse stato conseguito in quel momento, probabilmente sarebbe arrivato, comunque, da lì a poco. Perché, diversamente, lo stivale ed i suoi abitanti, avrebbero continuato a vivere divisi in staterelli, sempre in lotta tra di loro ed al proprio interno.

Per l’Italia unita anche il Sud ‘ha dato’. E non poco. Anzi tanto

L’unico rimpianto, però, è che forse se – avendone, come le aveva. le disponibilità economiche – questo processo fosse stato guidato dai Borbone, anziché dai Savoia, ne sarebbe potuto derivare uno sviluppo complessivo del Paese, più equilibrato e meno sbilanciato, di com’è stato, verso l’Italia settentrionale. Questo, però, nessuno può garantirlo. Con i ‘forse’, i ‘se’ e i ‘ma’, non si è mai scritta la storia.

Con questa riproposizione della storia del Mezzogiorno che da oggi, sarà pubblicata ogni sabato sul nostro sito ‘ilSud24.it’, ripresa dal libro ‘Supersud – quando eravamo primi’, pubblicato dalla editrice napoletana ‘Iuppiter’, ci preme soltanto mettere in chiaro che per l’Italia unita, anche il Sud ha dato e non poco. E ora, buona lettura.

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