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In Senato la paura fa… 170. Sono i senatori che hanno votano lo scostamento per salvare il governo e la ‘poltrona’

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Torna la paura della crisi. La guerra nel M5S fa saltare la presidenza della Commissione Giustizia per Piero Grasso. Leu abbandona CdM e chiede verifica maggioranza

La paura fa…170. Eh sì, dopo il voto in Senato sullo scostamento di bilancio bisognerà aggiornare la smorfia napoletana. Cambiare il tabellone della tombola, arrivando fino a 170 che da ieri pomeriggio è il numero per antonomasia della paura.

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170, infatti, è il numero dei senatori che hanno votato lo scostamento di bilancio. Ne bastavano soltanto 160 ma si è andati ben oltre le più rosee aspettative. Ben 10 senatori in più. Un tetto che questa maggioranza non aveva raggiunto nemmeno sulla scorsa legge di Bilancio, quando si era fermata a 166.

Tanta la paura che il governo potesse cadere, tanta la paura che si andasse alle elezioni, che per molti significa la non rielezione e quindi il ritorno al lavoro (per chi ce l’ha visto che tantissimi del M5S sono arrivati in questa legislatura con un reddito pari a zero), che i senatori si sono mobilitati per votare lo scostamento e far continuare la legislatura.

Non tanto i senatori a vita, che non hanno alcuna paura per il loro futuro, quanto i senatori del gruppo Misto dove ben otto hanno votato a favore tra cui 5 senatori ex M5S e la ex forzista Sandra Lonardo. Mentre tra i senatori a vita si sono schierati a favore Mario Monti ed Elena Cattaneo. Compatta, invece, la maggioranza con i 95 senatori M5s, 35 del Pd, 18 di Iv, 5 di Leu, 6 delle Autonomie. En plein, perciò.

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Dal Centrodestra astensione sullo scostamento e voto contrario sul Piano Nazionale di Riforma, che non ha mancato di attaccare la maggioranza anche se fino all’ultimo si è atteso un gesto conciliante dalla maggioranza come ha spiegato nel suo intervento Adolfo Urso: «Fratelli d’Italia come opposizione responsabile ha presentato proposte concrete sulle quali ci aspettiamo risposte senza le quali ci sarà un voto negativo allo scostamento di bilancio».

Nicola Calandrini

Risposte che non sono giunte e che hanno determinato il voto contrario, come ha alla fine chiarito il capogruppo di FdI in Commissione Bilancio, Nicola Calandrini: «Noi abbiamo chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di sapere punto per punto – e lei ministro oggi non è stato chiaro – come saranno spesi questi ulteriori 25 mld. Basta con i voti di fiducia, i provvedimenti omnibus in cui c’è dentro di tutto e di più. Per senso dello Stato e senso di responsabilità nei confronti dell’Italia e degli italiani, ci asterremo sullo scostamento di bilancio e contrario contro il Piano nazionale delle riforme».

Quindi, tutto è bene quello che finisce bene? Non proprio perché poche ore dopo aver scacciato la paura di andare a casa la maggioranza scivola di brutto, mostrando di essere tutt’altro che solida. L’occasione è stata la votazione dei nuovi presidenti delle Commissione di Camera e Senato. E proprio a Palazzo Madama il ‘patatrac’ con la Commissione Giustizia e quella Agricoltura che sono rimaste nelle mani del Centrodestra e precisamente della Lega.

Pietro Grasso
Pietro Grasso

E a far rumore è la bocciatura in Giustizia dove ad essere stato ‘trombato’ un pezzo da 90 come Pietro Grasso, ex presidente del Senato e soprattutto leader di Leu. Al suo posto Andrea Ostellari, già presidente che così si è riconfermato alla guida di una Commissione strategica. Infatti, passerà da qui, quando avrà finito il suo esame alla Camera, il pdl Zan sul reato di omofobia che tante polemiche sta scatenando, anche nelle gerarchie vaticane.

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E’ chiaro che il problema è politico e che questa vicenda non può chiudersi così. Lo hanno fatto capire subito i due capigruppo di Leu alla Camera e al Senato Fornaro e De Petris, ma anche lo stesso ministro della Salute, Roberto Speranza, il quale ha lasciato anzitempo il Consiglio dei ministri dopo aver approvato il prolungamento dello stato di emergenza.

Roberto Speranza e Giuseppe Conte

«E’ inaccettabile quanto avvenuto, serve un chiarimento di maggioranza», avrebbe sibilato il ministro lasciando i lavori a Palazzo Chigi. Concetti ribaditi dai due capigruppo: «Sono stati disattesi tutti gli accordi e la lealtà sempre dimostrata da Leu, a volte in circostanze anche per noi molto difficili, non è stata minimamente riconosciuta. In queste condizioni riteniamo che sia indispensabile un chiarimento immediato all’interno della maggioranza».

E non va meglio alla Camera dove teatro della crisi è sempre la Commissione Giustizia dove viene eletto Catello Vitiello di Italia Viva al posto del nome scelto dalla maggioranza, il pentastellato Perantoni. Immediata la rappresaglia pentastellata che ha bloccato l’elezione del renziano Luigi Marattin alla guida della Commissione Finanze. In serata comunque arrivano le dimissioni formali di Vitiello anche se tutto rimane bloccato e con la decisione del Centrodestra di occupare la Commissione Giustizia. Alla fine soltanto a tardissima notte la situazione si sblocca.

Naturalmente subito parte la caccia al colpevole. Le dita puntano in particolare il Movimento Cinquestelle dove già subito dopo pranzo, all’annuncio della chiusura dell’accordo, si potevano notare musi lunghi e registrare toni polemici. Nel bersaglio delle critiche i direttivi di Camera e Senato colpevoli, a dire dei parlamentari Cinquestelle, di aver ceduto troppo ed ottenuto poco. Non solo, perché le critiche hanno riguardato anche i nomi designati dagli altri partiti come quelli di Italia Viva (Paita e Marattin spesso in passato critici con Grillo) e del Pd (Fassino alla Commissione Esteri).

Polemiche che avevano portato anche allo spostamento d’imperio di ben 10 deputati pentastellati tra le varie Commissioni, proprio per placare gli animi ed evitare scherzi. Scherzi che, invece, non sono stati evitati. E’ evidente però che queste polemiche si innestano, e in un certo qual modo risultano per essere amplificate, in un contesto politico già fortemente sfilacciato se non consunto. Quello del M5S sempre più balcanizzato e in attesa di un congresso continuamente rinviato che invece dovrebbe dare una nuova guida.

Perciò a notte fonda quella che poteva essere la giornata che consacrava la maggioranza e scacciava la paura di un ritorno alle urne, diventa l’ennesima dimostrazione della fragilità di questa coalizione. Che sia 90 o 170 il numero giusto per esorcizzare la paura, la verità è che un patto di maggioranza fondato soltanto sulla paura rischia di durare molto poco. Anche soltanto qualche ora, come accaduto ieri. E senza promettere niente di buono per il futuro. Conte è avvisato.

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