Referendum, Bobbio a ilSud24: «Nessuno deve essere condannato se non sulla base di prove»

La riforma della giustizia e il nodo dell’assetto costituzionale

Il dibattito sulla riforma della giustizia entra in una fase decisiva e lo fa tra tensioni, timori e prese di posizione molto nette. Al centro del confronto c’è l’assetto costituzionale della magistratura, il rapporto tra giudice e Pubblico Ministero, il peso delle correnti e la responsabilità dei magistrati.

Ne parliamo con Luigi Bobbio, magistrato, già procuratore della Repubblica, e con un passato da senatore e sindaco di Castellammare di Stabia, figura da anni al centro del dibattito pubblico sui temi della giustizia e dell’equilibrio tra poteri dello Stato.

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Cosa cambierà con questa riforma nella giustizia italiana? E, soprattutto, si arriverà al giusto processo e alla velocizzazione dei tempi del processo?

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«Sicuramente è una riforma che rimette in sesto l’assetto costituzionale, che dopo le modifiche degli ultimi decenni aveva bisogno di un passaggio finale per la sua piena attuazione. Il cuore della riforma sta in un principio semplice e necessario. Pubblico Ministero e giudice non devono più essere colleghi, non devono più provenire dallo stesso concorso, non devono più essere intercambiabili. Si crea così, nel nome della parità tra accusa e difesa, una netta distinzione tra la funzione del giudice e quella del Pubblico Ministero».

Secondo Bobbio, questa separazione produce effetti profondi anche sul modo di lavorare dei protagonisti del processo. «Il giudice sarà formato come giudice, con una capacità più marcata di valutare e interpretare le prove e con una propensione forte ad arrivare a una sentenza fondata sui fatti. Il Pubblico Ministero, sapendo di avere davanti un giudice davvero autonomo e imparziale, sarà indotto a portare in aula prove vere, non congetture, indizi o supposizioni. Nessuno deve poter essere condannato se non sulla base di prove. Mi auguro che persino il concetto di indizio ne esca fortemente ridimensionato, se non escluso».

CSM, Alta Corte disciplinare e responsabilità dei magistrati

Sullo sdoppiamento del CSM e sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, qual è la sua posizione?

«Sono due passaggi fondamentali. Oggi la magistratura è prigioniera delle correnti, che non sono correnti di pensiero ma strutture di potere. L’ordine giudiziario finisce per identificarsi con l’Associazione Nazionale Magistrati, che si regge proprio su questi equilibri. La vicenda Palamara ha mostrato in modo plastico come funzionano certi meccanismi».

Per Bobbio, la creazione di due Consigli Superiori distinti rappresenta una svolta. «È un valore aggiunto della riforma. Si elimina una situazione distorta, quella per cui un magistrato può esercitare potere disciplinare o valutativo su colleghi legati alle stesse dinamiche correntizie. Con due CSM separati e un’Alta Corte disciplinare si rompe questo circuito».

La riforma introduce anche la responsabilità diretta dei magistrati per violazione dei diritti. È d’accordo?

«Assolutamente sì. Da decenni i magistrati non rispondono mai direttamente per errori, e talvolta per veri e propri orrori, commessi nell’esercizio delle loro funzioni. È giusto che il magistrato risponda come qualunque altro professionista. Nessuno può essere sottratto a questo principio».

Perché questa riforma spaventa così tanto l’Associazione Nazionale Magistrati?

«Perché è una battaglia di potere. L’ANM è terrorizzata dal fatto che, una volta approvata la riforma, le correnti perderanno il loro ruolo. Verrà meno la possibilità di controllare, condizionare, orientare le carriere dei singoli magistrati per tutta la loro vita professionale».

Bobbio non ha dubbi sul significato politico dello scontro. «L’Associazione Nazionale Magistrati sta facendo una campagna politica, peraltro con i soldi degli iscritti. Sa che questa riforma cancellerà di fatto il sistema delle correnti. Ogni magistrato sarà più libero, saprà di poter essere valutato e, se necessario, sanzionato da un organo non condizionato da simpatie o appartenenze. È per questo che la riforma fa paura. È una lotta per la sopravvivenza di un sistema di potere».

Quello sulla riforma della giustizia è confronto che va oltre gli slogan e che mette in gioco l’idea stessa di giustizia, di equilibrio tra le parti e di fiducia dei cittadini nello Stato di diritto. Una riforma che divide, ma che, nelle parole di Luigi Bobbio, ambisce a incidere in profondità sul modo in cui il processo penale viene pensato e praticato in Italia.

 

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