Referendum: Anm e opposizione, solo menzogne per far vincere il «no»

La riforma della giustizia non attenta, ma rafforza la Costituzione

Non se ne conosce ancora la data, che la maggioranza la vorrebbe il prima possibile, l’opposizione il più tardi possibile, ma il referendum su «Giustizia e separazione delle carriere» si avvicina a falcate. L’«Associazione Nazionale Magistrati» è scesa ufficialmente in campo per difendere le prerogative dei propri associati. E per raggiungere questo legittimo obiettivo, cerca, come ha sottolineato Di Pietro, di «far credere ciò che è più utile ai suoi interessi, truccando le carte».

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E non si può non essere d’accordo con lui, dal momento che il sindacato delle toghe lo fa, mistificando i reali contenuti della riforma, con manifesti affissi nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane, slogan fake del tipo: «vorresti giudici che dipendono dalla politica? (quesito fasullo, risposta compresa e fin troppo scontata) no. (quindi). Al referendum vota no».

Ma il maldestro tentativo dell’Anm di confondere le carte ha suscitato polemiche a non finire anche fra i progressisti doc, ma favorevoli al «Sì». Fra questi il costituzionalista Ceccanti, per il quale «il fronte del ‘no’ porta avanti due tesi contrapposte: la prima che, con la riforma, i magistrati dipenderebbero dall’esecutivo», ma nel testo di questa possibilità non c’è traccia, da nessuna parte; la seconda che «i pm diventerebbero onnipotenti perché separati dai giudicanti». E l’on. Marattin – eletto nel 2018 con il Pd, poi passato per Renzi, dal quale si è poi staccato per fondare il Partito Liberaldemocratico – ha rivelato che «onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi».

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Antigovernismo e difesa delle prerogative

Non gli si può certo dare torto. Ma l’antigovernismo e la necessità di difendere la casta e le prerogative che ne conseguono, per l’Anm, evidentemente valgono bene una serie di bugie pro causa «no»: un aumento del 50% del contributo associativo e lo svincolo di titoli per 300mila euro, forse, per cominciare a mettere insieme almeno un milioncino da gettare nell’agone della campagna referendaria. Ma un esame di coscienza, magari piccolissimo, sulle proprie responsabilità – che si può fingere di non vedere, ma ci sono – per lo sfascio della giustizia italiana, signori dell’Anm proprio no?

Tant’è che non un rigo di comunicazioni e dichiarazioni è stato dedicato a provare a spiegare ai cittadini come mai, dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi nel 2015, il caso è di nuovo aperto e oggi c’è un «altro» indagato per l’omicidio di Chiara Poggi: Andrea Sempio, amico del fratello minore della vittima.

Nel frattempo, Stasi si è già «sciroppato» una decina d’anni di carcere fino all’aprile 2025, quando gli è stata concessa la semilibertà; o quello di Zuncheddu, l’agricoltore sardo accusato di triplice omicidio che si è fatto ben 32 anni dietro le sbarre prima di essere assolto definitivamente; o come David Rossi, «suicidato» da una finestra del Monte Paschi di Siena, di cui era responsabile della comunicazione, nel marzo del 2013, ed ora una nuova perizia adombra essersi trattato di omicidio. E di casi del genere se ne potrebbero richiamare anche tantissimi altri, ma sarebbe inutile e troppo lungo, per cui è meglio fermarsi qui.

I numeri degli errori giudiziari

Non prima di aver aggiunto, però, che stando al sito Errorigiudiziari.com, gestito dall’associazione omonima, sulla base dei dati forniti dal Ministero della Giustizia, dal 1991 al 31 ottobre 2025 i casi di ingiusta detenzione (custodia cautelare o arresti domiciliari e poi assolti, sommati agli errori giudiziari veri e propri: persone condannate con sentenza definitiva e poi assolte) sono ben 32.484; in media poco più di 928 all’anno. Con una spesa complessiva (tra indennizzi e risarcimenti veri e propri) per le casse dello Stato di ben 1.011.525.925 euro.

Un silenzio, questo, che fa molto rumore. Ma utile e indispensabile a scaricare sul governo Meloni responsabilità trentennali (con le quali non c’entra un tubo) per lo zoppicante funzionamento della giustizia italiana oggi. Tutto ciò in nome dell’antigovernismo e dell’esigenza di conservare e consolidare la correntocrazia interna alla magistratura che la governa, ne politicizza i comportamenti e consegna ai propri esponenti principali poltrone prestigiose, interne o, magari, anche esterne al sistema giudiziario. Da qui il «no» alla separazione delle carriere.

Sicurezza e impunità

Alla luce di tutto ciò, le toghe non possono certo dirsi esenti da responsabilità per l’insicurezza che monta sempre di più nel nostro Paese e che, grazie a una mistura di cattivi maestri e pessimi allievi, non è più solo una percezione, come qualcuno continua a sostenere, ma una realtà effettiva. Anche per la crescente sensazione di impunità di chi delinque e commette reati.

Vedi, tanto per fare qualche esempio: quattro ragazzi di destra aggrediti a sprangate da una ventina di «sinistrati» perché attaccavano manifesti in ricordo delle vittime di Acca Larentia; gli spari contro la Procura generale di Napoli, cui va tutta la nostra solidarietà; e i tanti assassini commessi da immigrati già condannati ed espulsi che non avrebbero dovuto essere in Italia. Un problema, quindi, che va risolto al più presto e per il quale la vittoria del «Sì» sarà determinante. Ma Parlamento e magistratura devono tornare a dialogare fra loro e fare ognuno il proprio lavoro: il primo fare le leggi e i secondi applicarle.

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