Al Festival di Tindari, Icaro: come mettere le ali alla libertà di pensiero…

Così la musica in una condizione esalta ed inebetisce un pubblico che scopre l’entusiasmo come momento di gioia  e aiuta  a liberarsi dalle zavorre

Ancora il festival di Tindari (frazione di Patti in provincia di Messina) propone un progetto di impegno civile, laddove si affronta, in forma di laboratorio teatrale, l’idea di rieducare i detenuti nel corso della esecuzione della pena carceraria. In questa esperienza lo spettatore si trova di fronte a detenuti che si misurano col ruolo di attore e che poggiano, seppur con i limiti di chi non svolge professionalmente l’impegno teatrale, l’interpretazione sotto la guida di un Mario Incudine, oltre che regista, sempre sublime nella sua scenica presenza sul palco.

In «Icaro» vengono mitologicamente rappresentate le costrizioni carcerarie in una dimensione che prelude ad una vitalità che tende umanamente a lanciare il cuore oltre gli ostacoli della vita e dei sentimenti… e fare di questa umanità il profilo distintivo e corale… di un mondo «prigioniero» che cerca di sfuggire ad un destino che trova l’uomo procedere esistenzialmente in un catartico percorso di libertà, quale specchio di una resistenza ad un «potere» che tentava ed aspirava a soggiogare tutta la vita di ciascuno sotto il proprio controllo. Ecco che il «labirinto» fornisce il luogo in cui l’uomo deve districarsi per comprendere e scoprire la via d’uscita e tracciare con una condotta risolutiva il viatico verso «l’esprimersi liberamente».

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Così, in questi ambulacri, si dibattono gli aspiranti libertari, dovendosi confrontare con una realtà in cui sono rinchiusi a riparare ad una colpa e per aver infranto quel destino che li vuole muniti di hybris, che devono, per contrappasso, espiare e dove li imprigiona il genio malefico dell’inventore dell’opera (appunto il labirinto) in cui si trovano le menti prigioniere.

Così alla fine non resta a Dedalo che subire così l’oblio del genio?! E qui si assiste al tentativo di liberare dall’incantesimo il colpevole Dedalo, che Minosse riteneva responsabile della «riuscita» di Teseo, fuggito dal labirinto grazie all’espediente del filo di Arianna che proprio Dedalo aveva suggerito.

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Ebbene ci si sofferma, nella rappresentazione teatrale, sul mito laddove la fanciulla, perdutamente innamorata, aiuta l’impavido ateniese a uccidere il mostruoso fratellastro affamato di carne umana: il Minotauro rinchiuso nel labirinto di Cnosso. Nell’esplicitarsi di questo scatenamento della forza mitica e malefica l’uomo rimane di fronte alla sfida che tende a rendere la libertà metro di misura del coraggio, dell’espiazione, ma anche risolubilità dei nodi.

Nella trama il labirinto è specchio dei tempi fortemente avvinto in nodi scorsoi, in intrecci inestricabili, in zone d’ombra in cui l’uomo con le sue capacità evidenzia i propri limiti in base ai disvalori che imbalsamano il genere umano in una sorta di mummificazione ed agganciano ai sentimenti peggiori, di invidie e gelosie, il destino che rappresentata la tendenziale fine dell’uomo imbrigliato ovvero invertebrato.

Da qui emerge il desiderio del «volo» quale sfida da sostenere e come auspicio di libertà e/o di liberazione, che deve sorreggere l’uomo e non trascinarlo dentro il vortice incontrollato della caduta definitiva. Certamente la scena del Teatro antico di Tindari, con decine di presenze tra una ballata ed un ritmo folclorico tra tamburelli, zampogne e fisarmoniche, dà l’idea di come la musica in una condizione apollinea esalta ed inebetisce un pubblico che scopre l’entusiasmo come momento di gioia in una vita che mira a liberarsi dalle zavorre che gravano su tutti.

Di contro rispetto al dolore del padre che perde Icaro nella sua caduta carica di presunzione che si esalta in un canto gioioso che rappresentava anche la fine di quel viaggio verso la libertà, in una tensione caduca… siamo al cospetto della figura di Icaro che diviene quindi il simbolo della trasgressione giovanile, dell’orgoglio che spinge i ragazzi a sentirsi adulti ma senza esperienza e che rischiano più di quanto sia sostenibile per l’umana condizione fatta di fragilità. Ecco che emerge il potente significato archetipico del mito, che mette in guardia circa i pericoli della superbia. Eppure nel contempo si assume, nella vicenda mitica, l’insegnamento secondo cui non dobbiamo essere troppo arroganti, ma non dobbiamo nemmeno essere troppo sommessi. Troppo miti, troppo timidi, troppo insicuri, troppo schivi.

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