Strage di Capaci. La memoria del passato per cambiare il nostro futuro

Carolina Varchi
Carolina Varchi

23 maggio. Per chi, come me, è cresciuto a Palermo negli anni novanta il 23 maggio e il 19 luglio sono due date cariche di significato. Sono i giorni in cui due colonne di fumo nero hanno costretto tutto il mondo, siciliani per primi, ad aprire gli occhi. Le stragi di mafia, dopo decenni di efferati ed eclatanti omicidi, sono state sicuramente un momento di catarsi per la società civile che ha fatto in fretta i conti con la propria coscienza e si è finalmente schierata.

Dalla parte dello Stato, delle Istituzioni, contro ogni mafia. Dopo la strage di Capaci i palermitani hanno manifestato il loro NO alla mafia con i lenzuoli bianchi sui balconi. Dopo la strage di via D’Amelio in migliaia si sono riversati nelle strade per gridare la rabbia di una generazione che voleva tenersi stretto il sogno di un futuro di libertà dal giogo mafioso. Anche a noi, bambini nel ’92, le famiglie e i maestri cominciarono a spiegare la mafia e i suoi orrori, consapevoli di come conoscere significhi essere liberi di scegliere da che parte stare.

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Giovanni Falcone fu un magistrato brillante e il “metodo Falcone” consentì allo Stato di mettere a segno importanti colpi nella lotta alla mafia, grazie soprattutto alle sue intuizioni per contrastare la criminalità economica (ripeteva infatti «la droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente»).

Per una strana coincidenza temporale, tuttavia, su questo 23 maggio si addensano le nuvole delle trame correntizie che animano gran parte (non tutta, si spera) della magistratura italiana e, inevitabilmente, la mente corre alla cronaca di quel 19 gennaio 1988 ambientato a Palazzo dei Marescialli. Il CSM doveva scegliere il nuovo capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo e alla professionalità di Giovanni Falcone fu preferita l’anzianità di Antonio Meli.

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Antonino Caponnetto, magistrato simbolo del pool antimafia, dopo la strage di Capaci ebbe a dire che Falcone cominciò a morire proprio nel gennaio del 1988, quando fu bocciato dal CSM e poi il pool antimafia fu smantellato. Oggi leggiamo impotenti le trascrizioni delle chat tra i magistrati più impegnati nello scontro tra correnti e sembra che l’architrave della nostra democrazia, il principio della separazione tra i poteri dello Stato, sia destinato a sgretolarsi sotto la spinta di una magistratura che vuole impegnarsi sul versante politico senza però appendere la toga al chiodo.

Il potere giudiziario ormai incide sempre più su quello esecutivo, non esitando addirittura a istruire processi che hanno come unico scopo non tanto l’accertamento della verità ma lo STOP all’azione politica che non si condivide. Io credo che a fronte di questi comportamenti sia necessario e non più rinviabile un intervento del Presidente della Repubblica che, a mente della nostra Costituzione, presiede anche il CSM.

Servono azioni eclatanti per restituire prestigio alla magistratura non solo per quanti oggigiorno, lontani dalle telecamere (e dalle chat), onorano la propria missione ma anche (e soprattutto) per l’onore e la memoria dei tanti magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che hanno pagato con il sacrificio supremo della vita il loro amore per la toga.

*Carolina Varchi
Deputato e Reponsabile del Dipartimento
di Fratelli d’Italia Politiche per il Mezzogiorno

Intervento pubblicato anche dal Secolo d’Italia

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