Giustizia, basta con l’uso strumentale del diritto che non deve essere l’arma per eliminare gli avversari

Quando si discute di Giustizia o si entra nel dettaglio minuzioso della questione oppure si rischia di parlare di aria fritta

Nel dibattito sulla Giustizia in Italia, che in tempi remoti è stata ritenuta la culla del diritto si confrontano spesso tesi aventi natura di mera recriminazione. Chi ha subito attività giudiziali inappropriate e/o ingiuste ovvero chi ha assistito a condanne del tutto parziali – come nel caso di Bettino Craxi, laddove la condotta di un singolo leader al pari di altri per un verso è stata ritenuta colpevole, mentre per i medesimi comportamenti delittuosi altri personaggi sono stati ritenuti, ed ancora lo sono, illibati – rimproverano l’uso strumentale del diritto, che si riduce ad arma destinata ad eliminare avversari.

Ovviamente, col trascorrere del tempo, i confronti si sono moltiplicati su tutto il territorio nazionale e, di frequente, le cerimonie destinate a ricordare le vittime innocenti di mafie, come i giudici Falcone e Borsellino, si sono dimostrate occasioni per tornare sull’argomento sia come tema sullo stato di salute degli organi giurisdizionali oppure come rilevata necessità di una riforma organica del settore oppure ancora per elevare la politica a strategia complessiva di cambiamento rivolto a stabili nuovi equilibri istituzionali.

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Orbene in questi casi o si entra nel dettaglio minuzioso, oppure si rischia di parlare genericamente di aria fritta. Così ovviamente si fa un cattivo servizio all’attenzione dei cittadini: ovvero si da ai cittadini/ascoltatori/testimoni l’idea che sia cosa da trattare con facilità.

Basta poco per rendere un servizio utile alla comunità

E quando si affrontano le questioni con faciloneria si fanno due peccati: uno di superficialità e l’altro di poter illudere coloro che prestano ascolto al dibattito che, amputando i poteri dei giudici ovvero delle procure, sia cosa fatta e da ritenersi quale risultato ottenuto per tornare ai fondamentali di equità ed imparzialità.

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Accade così che sul tema i punti toccati sono spesso di un’ovvietà pazzesca, laddove si pensi che affrontare la materia, fuori dal palazzo e non fra gli addetti ai lavori, possa essere sufficiente descrivere i vizi esistenti secondo atteggiamenti da partigianeria politica, così come i magistrati con altrettanta partigiana affabulazione tendono a difendere la propria potente corporazione e come se non siano parte del tutto.

Pertanto si perviene al dato che i temi non possono essere trattati con toni e modalità da comizio. Bisogna uscire dai luoghi comuni e dalle banalità cercando di apprezzare e valutare il contesto in cui si opera, che, comunque, è fatto di bizantinismi e complessità senza pensare di immaginare di semplificare con richiami ad Aristotele e la logica nicomachea.

Quando oggi il dibattito verte, invece, sulla nuova organizzazione dello Stato alla luce di uno Stato di diritto ‘sbregato’ dopo gli assimilati assunti fondamentali equilibri formali che traggono origine da Montesquieu e che rimangono sostanzialmente disapplicati, attese le continue interferenze tra le parti.

Così giungo alla conclusione ed anche al timore vissuto secondo il quale questa semplicioneria disinvolta, fatta di convenevoli e tanto rispettose ed ipocrite melensaggini tra interlocutori, siano essi politici o giudici onorari e/o togati, facciano solo del male a questa bislacca realtà risultante da contrapposizioni non facilmente conciliabili e da logiche di potere ben spiegate dal “Sistema Palamara”.

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