I sindacati lanciano un appello a Mattarella e Meloni
Quindici realtà della siderurgia italiana si muovono sull’ex Ilva. Federacciai e quattordici imprese associate hanno presentato la manifestazione d’interesse per gli stabilimenti, un primo passo che riguarda tutti i siti dell’ex Ilva, ad eccezione dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.
L’iniziativa interessa gli impianti attualmente gestiti da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e rappresenta l’evoluzione del confronto avviato nelle scorse settimane. Prima era arrivato l’incontro degli acciaieri italiani con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, al quale avevano partecipato anche i vertici di Confindustria e Federmeccanica; poi, il 10 agosto, il consiglio di Federacciai aveva affidato al presidente Antonio Gozzi il mandato di trasmettere agli enti competenti la manifestazione d’interesse.
Già il confronto al Mimit aveva fatto emergere segnali positivi sulla possibilità di una partecipazione italiana alla partita. «Abbiamo ottenuto una risposta particolarmente importante e significativa», aveva dichiarato Urso il 5 agosto durante il question time alla Camera. Secondo il ministro, dopo un tavolo giudicato «serio e proficuo», si erano create le condizioni «per valutare la possibilità di realizzare una cordata italiana promossa dal sistema industriale italiano» capace di avanzare una proposta per il salvataggio e il rilancio della produzione siderurgica a Taranto e negli altri stabilimenti dell’Ilva. Un’eventuale iniziativa destinata ad affiancarsi alla proposta aggiornata da Jindal dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano.
Nel fronte figurano Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia, Acciaierie Bertoli Safau, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Ferriera Valsabbia, Lucchini, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel. La cordata italiana assume così contorni più definiti in un mese decisivo per il futuro dell’ex Ilva.
Ex Ilva, una cordata italiana mai così vicina
La manifestazione d’interesse segna un passaggio inedito da quando è stata riaperta la procedura per riportare sul mercato l’ex Ilva dopo la gestione della multinazionale ArcelorMittal, conclusasi nel febbraio 2024 con il ricorso all’amministrazione straordinaria e la nomina dei commissari da parte del Mimit. È infatti la prima volta che si profila la possibilità di un’offerta organica proveniente da una cordata di acciaieri italiani.
Nei due bandi lanciati dai commissari di Acciaierie d’Italia, rispettivamente nel luglio 2024 e nell’agosto 2025, dal fronte nazionale erano arrivate soltanto singole manifestazioni d’interesse rivolte a impianti specifici. Tra queste quella del gruppo Marcegaglia per lo stabilimento di Racconigi, in provincia di Cuneo, dove vengono prodotti tubi utilizzando materia prima fornita dal siderurgico di Taranto.
Il passaggio era stato anticipato dallo stesso Gozzi dopo il consiglio di Federacciai del 10 agosto. «Siamo in campo. Adesso si tratta di verificare l’esistenza delle condizioni abilitanti. Lo faremo con il Governo italiano nei prossimi giorni», aveva dichiarato il presidente. Il mandato ricevuto prevedeva la presentazione dell’atto «in nome e per conto di un gruppo di aziende che hanno già manifestato il proprio interesse a partecipare all’iniziativa, e di quelle che potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni», subordinandolo alla verifica delle condizioni necessarie a consentire l’intervento industriale.
«Le condizioni abilitanti sono multiple», aveva poi precisato Gozzi, spiegando che riguardano anche «la perimetrazione e gli altri aspetti». Il confine dell’operazione è però già definito: «Noi ci occuperemmo di tutti gli impianti esclusi quelli fermati dal decreto della Corte d’Appello di Milano».
L’area a freddo, il 26 ottobre e le operazioni di fermata
Il decreto dispone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, composta da cokerie, altiforni e acciaierie, con lo stop fissato per il prossimo 26 ottobre. La cordata italiana concentra quindi il proprio intervento sulla parte non interessata dal provvedimento.
«L’area a freddo sarà l’oggetto della manifestazione di interesse e del nostro impegno», ha chiarito Gozzi. In prospettiva, però, il presidente di Federacciai non esclude che possa emergere la necessità di intervenire anche sulla capacità produttiva a monte: «Che poi, in prospettiva, si possa pensare ad un forno elettrico, è nella natura industriale delle cose».
Il problema riguarda soprattutto l’approvvigionamento delle bramme necessarie agli impianti. «Prendere 4-5 milioni di tonnellate da mercati di approvvigionamento esterni non è una buona operazione industriale. Oggi le bramme ci sono, ma domani potrebbero non esserci. Quindi oggi ci occupiamo solo di quella parte», aveva spiegato Gozzi riferendosi all’area a freddo di Taranto, che necessita comunque di investimenti e interventi di ripristino per tornare a funzionare.
Sull’intero perimetro aziendale, compresa l’area a caldo, resta invece puntata l’attenzione di Jindal, che ha recentemente aggiornato la propria proposta. Parallelamente i commissari hanno dato mandato ai propri legali di verificare la possibilità di ricorrere contro la decisione della Corte d’Appello di Milano. Una strada che Gozzi considera incompatibile con l’urgenza della situazione: «I problemi sono immediati e per un ricorso in Cassazione bisogna attendere almeno due anni».
Il momento decisivo per le operazioni di fermata arriverà nei 20-30 giorni che precederanno la fine di ottobre. Sarà predisposto un piano specifico, destinato a essere comunicato al ministero dell’Ambiente e alle istituzioni. Le attività non riguarderanno soltanto l’altoforno 2 e l’acciaieria 2, attualmente in marcia: sarà necessario intervenire anche sugli altiforni 1 e 4 che, pur non producendo, mantengono i cowpers in preriscaldo e l’alimentazione dei gas in corso. Le tubazioni dovranno quindi essere svuotate e inertizzate.
L’appello dei sindacati
Alla partita industriale si affianca quella occupazionale. Cgil, Cisl e Uil di Taranto hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, attesi in città il 21 agosto per l’inaugurazione dei XX Giochi del Mediterraneo, chiedendo di «non dimenticare i lavoratori» e di intervenire per bloccare i licenziamenti.
La crisi coinvolge, secondo i sindacati, circa 8mila dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, 1.500 lavoratori di Ilva in As e oltre 2.500 addetti dell’indotto e degli appalti, questi ultimi considerati ancora più vulnerabili dopo che alcune associazioni datoriali si sono dette pronte ad avviare procedure di licenziamento collettivo.
Le confederazioni chiedono una misura sul modello dell’articolo 46 del decreto Cura Italia per bloccare i licenziamenti nell’indotto e negli appalti dell’area ex Ilva, insieme a un ammortizzatore sociale speciale che garantisca il reddito durante un percorso di riqualificazione professionale. «Dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci aspettiamo il necessario sostegno; dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ci aspettiamo fatti, azioni concrete di sostegno», affermano Cgil, Cisl e Uil, auspicando che i Giochi del Mediterraneo rappresentino «un nuovo inizio» e non una parentesi prima di un ulteriore aggravamento della crisi sociale.
Il rischio della cosiddetta «bomba sociale» resta dunque uno dei nodi centrali della vicenda. La manifestazione d’interesse della cordata italiana rende più concreta una delle strade industriali sul tavolo, ma non chiude la partita. «Noi abbiamo dato al governo disponibilità immediata», aveva spiegato Gozzi il 10 agosto. La disponibilità c’è; restano da verificare le condizioni necessarie per trasformarla in un intervento industriale effettivo mentre il conto alla rovescia verso il 26 ottobre continua.




