La Commissione: promessa di discontinuità smentita dagli accertamenti
A Castellammare di Stabia la discontinuità promessa dopo il precedente scioglimento non si sarebbe mai concretizzata. La Commissione d’accesso individua nella politica e nell’apparato amministrativo una serie di legami, omissioni e debolezze capaci di esporre nuovamente l’ente alle pressioni criminali.
Il quadro ricostruito nella relazione che ha determinato lo scioglimento del Comune (guidato dalla giunta di centrosinistra dell’ex sindaco Luigi Vicinanza) per condizionamento della criminalità organizzata non si limita a singoli episodi. Sotto esame finiscono la formazione del consenso elettorale, i rapporti di alcuni amministratori, il funzionamento degli uffici e la gestione di procedure e servizi comunali.
Un sistema di criticità che, secondo il viceprefetto Dario Annunziata, il vicequestore Riccardo Buonomo e il capitano dei carabinieri Vittorio Tesoro, avrebbe impedito a Palazzo Farnese di segnare il necessario cambio di passo dopo la gestione straordinaria. L’amministrazione, si apprende da un articolo di Dario Sautto per il «Corriere del Mezzogiorno»; avrebbe infatti dovuto rispettare «un obbligo sostanziale di discontinuità, non limitato al piano delle dichiarazioni programmatiche». Le verifiche, però, «dimostrano che tale discontinuità non si è realizzata».
Politica e consenso sotto la lente
Uno dei passaggi più delicati riguarda il possibile «condizionamento ambientale del voto in alcuni quartieri». L’attenzione della Commissione si è concentrata soprattutto su Scanzano e Ponte Persica, roccaforti dei clan D’Alessandro e Cesarano, nei quali alcuni consiglieri comunali eletti avrebbero ottenuto un consistente numero di preferenze.
La relazione non circoscrive le contestazioni a un solo fronte politico. «Risulta ben evidente – sottolineano i Commissari – come elementi univoci di infiltrazione della criminalità organizzata nel contesto politico si riscontrano in modo del tutto trasversale, interessando tutta la compagine politica stabiese con il coinvolgimento dei Partiti tradizionali e delle “false” liste civiche presenti in entrambi gli schieramenti». I commissari richiamano frequentazioni con ambienti vicini ai clan, rapporti professionali, legami diretti con affiliati e parentele considerate problematiche, comprese quelle con consiglieri già interessati dal precedente scioglimento.
A rafforzare il giudizio concorrono anche i rapporti rilevati tra amministratori, dipendenti e soggetti esterni. La Commissione parla di «rapporti di parentela, prossimità, frequentazione, contiguità ambientale e cointeressenza con soggetti appartenenti o prossimi ad apparati criminali, collegamenti professionali e societari con realtà economiche». Elementi diffusi nella sfera politica e nella macchina comunale e ritenuti «un indice della permeabilità».
Scrutinatori, uffici e controlli insufficienti
Nella relazione trovano spazio anche le nomine dirette degli scrutinatori per i referendum del 2025. La maggioranza avrebbe scelto «soggetti pregiudicati o legati da rapporti familiari con persone controindicate ai fini antimafia».
Per la Commissione, la vicenda «non integra una mera scelta inopportuna, ma documenta la persistenza di una logica di prossimità istituzionale verso soggetti che gravitano in circuiti opachi». Ne deriva la rappresentazione di «un’amministrazione nuovamente esposta, dopo la cessazione della gestione straordinaria, a dinamiche di permeabilità, condizionamento ambientale, debolezza organizzativa e interferenza relazionale in settori essenziali della vita pubblica locale».
Il problema, secondo i commissari, non sarebbe quindi soltanto politico. La relazione individua anche «un deficit strutturale di impermeabilità dell’ente rispetto a circuiti familiari, relazionali, professionali, economici e sociali esposti all’influenza della criminalità organizzata locale».
L’ampiezza degli accertamenti viene sintetizzata nello stesso documento: «Il contesto geocriminale, la formazione del consenso elettorale, la composizione dell’organo consiliare, i rapporti familiari, professionali e societari di alcuni amministratori, la gestione degli uffici, il protocollo informatico, la tracciabilità degli atti, l’inerzia disciplinare, l’Ufficio Tecnico, gli affidamenti diretti, gli appalti, i titoli edilizi, il patrimonio comunale, la Polizia Municipale e il rapporto dell’ente con il mondo sportivo».
Dalla patente agli appalti comunali
Alla vulnerabilità del livello politico «si accompagna un apparato amministrativo debole, disorganizzato e privo di adeguati presidi di vigilanza». Una carenza che, secondo la Commissione, avrebbe inciso sul controllo degli atti e sulla gestione di settori particolarmente delicati. Tra gli episodi riportati figura quello di un agente della Polizia Municipale che avrebbe restituito la patente a un uomo ritenuto affiliato al clan D’Alessandro. Ma le verifiche si estendono anche a numerose procedure del Comune.
Nel documento vengono infatti segnalate «numerose anomalie in affidamenti, appalti e procedure contrattuali riguardanti settori sensibili, quali la fornitura dei sacchi per la raccolta differenziata, lo sgombero e lo svuotamento di immobili pubblici, i servizi connessi alla spiaggia libera, alcuni affidamenti diretti, i servizi funebri a carico dell’ente, la refezione scolastica e ulteriori procedure».




