Riciclaggio e scommesse, blitz contro il clan Russo-Schiavone: 22 misure cautelari | Video

Squadre di pestaggio create all’occorrenza per intimidire

Ventidue persone raggiunte da misura cautelare e beni sequestrati per oltre 2 milioni di euro. È il bilancio dell’operazione eseguita stanotte dalla Dia di Napoli, con l’impiego di duecento uomini, contro il clan Russo-Schiavone, fazione dei Casalesi radicata nel territorio di Castel Volturno.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea. Le persone coinvolte sono ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo camorristico, in quanto considerate affiliate al clan Russo-Schiavone, attualmente attivo nel comune di Castel Volturno, in provincia di Caserta, e nelle zone limitrofe.

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Nel provvedimento vengono contestati anche intestazione fittizia di beni, riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e attività di installazione e sfruttamento economico di apparecchi da gioco d’azzardo vietati. Ad alcuni indagati viene inoltre attribuita la partecipazione a una associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti.

Obiettivo dell’operazione, secondo la ricostruzione investigativa, era il sistema di riciclaggio e autoriciclaggio dei soldi provenienti dalle attività illecite attraverso almeno 14 aziende finite sotto sequestro. «È stata documentata tutta la gamma dei tipici reati delle organizzazioni criminali – ha spiegato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri durante la conferenza stampa – e riteniamo che il livello probatorio raccolto sia altissimo».

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Contestualmente alla misura cautelare, la Dda di Napoli ha emesso un decreto di sequestro preventivo d’urgenza. Sono state sottoposte a sequestro 14 società, tra cui tre bar, un lido balneare, una piscina con bar, una pizzetteria e una sala scommesse. Il provvedimento riguarda anche una serie di box e immobili, compresa la villa intestata al reggente del clan, oltre a veicoli e motoveicoli. Il valore complessivo stimato supera i 2 milioni di euro.

L’indagine della Dia sul clan Russo-Schiavone

Il provvedimento nasce dalle indagini svolte dal Centro operativo Dia di Napoli, coordinate dalla Dda partenopea, nei confronti di esponenti apicali del gruppo criminale. L’attività investigativa, avviata nel 2022, ha consentito di ricostruire l’organigramma dell’organizzazione.

Secondo quanto emerso, i vertici sarebbero stati individuati nei discendenti in linea diretta del capostipite Giuseppe Russo, detto «Peppe o’ padrino», indicato come uno dei fedelissimi di Francesco Schiavone, detto «Sandokan», detenuto dal 2004 e sottoposto al 41bis.

La mafia casalese, secondo l’inchiesta, avrebbe indirizzato il flusso del denaro «sporco» nel settore del turismo, ricreativo e della ristorazione nella provincia di Caserta, tra Aversa, Castel Volturno e Casal di Principe, e anche, in un caso, nel Napoletano.

I vertici del clan Russo-Schiavone avrebbero gestito la distribuzione del denaro proveniente da attività economiche legali e illegali alle famiglie dei congiunti detenuti, curandone gli interessi economici e imprenditoriali. Avrebbero inoltre garantito e amministrato canali economici di reimpiego e riciclaggio di denaro, in parte proveniente dalla «cassa comune» del clan.

Estorsioni, 41-bis e squadre di pestaggio

Dalle indagini sarebbe emerso anche il mantenimento dei rapporti tra i vertici detenuti al 41-bis e gli associati, apicali e non, rimasti a piede libero. Il gruppo sarebbe intervenuto nella risoluzione di controversie su richiesta degli interessati, che ne invocavano espressamente l’intervento, mantenendo relazioni con altri affiliati e soggetti comunque collegati al clan.

Gli investigatori hanno individuato due livelli di crimine: quello tradizionale, con le estorsioni che si sarebbero avvalse anche di squadre di pestaggio, e quello economico, «da sempre, per il clan dei casalesi, un settore privilegiato», ha chiarito il procuratore aggiunto Michele Del Prete. «Quella di Castel Volturno – ha aggiunto – è un’area molto calda, che presenta una varietà di soggetti che cercano di accappararsi il territorio, anche da Napoli».

Sono state ricostruite anche le modalità di programmazione e realizzazione di azioni intimidatorie. Per queste attività sarebbero state impiegate «squadrette» di picchiatori create all’occorrenza, formate da giovani nella disponibilità del gruppo criminale. Gli accertamenti hanno riguardato pestaggi e spedizioni punitive organizzati contro soggetti con i quali erano emerse conflittualità di diverso tipo: dal mancato pagamento di debiti di gioco all’aver «leso l’onore» della famiglia del clan.

Aziende, scommesse e prestanome

L’indagine ha fatto emergere anche il ruolo dell’attuale reggente dell’organizzazione, che avrebbe assunto il controllo, spesso per interposta persona, di una serie di attività economiche sul territorio di Castel Volturno. Il denaro e altre utilità, illecite e lecite, sarebbero stati investiti in nuove attività commerciali: diversi bar, un lido balneare, una gelateria, una piscina con annesso bar e una sala scommesse.

Tra le principali attività attribuite all’organizzazione criminale rientrava l’installazione e lo sfruttamento economico di apparecchi da gioco d’azzardo vietati. La raccolta di scommesse avveniva sia in modo lecito sia attraverso piattaforme illegali. All’interno di uno dei locali, inoltre, veniva venduto stupefacente agli avventori.

Tra i beni sequestrati figurano anche gelaterie, bar in cui si potevano effettuare scommesse, stabilimenti balneari tra Castel Volturno e Pineta Grande, orologi e, in un caso, 100mila euro in contanti. «Sono stati raggiunti tutti gli obiettivi dell’ordinanza e i sequestri operati stanotte sono stati importanti», ha sottolineato il capo centro della Dia Antonio Galano.

L’attività investigativa ha infine consentito di accertare condotte di intestazione fittizia di attività commerciali. Secondo la ricostruzione, attraverso operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio venivano investiti capitali illecitamente accumulati. Sono stati individuati beni mobili e immobili intestati a prestanome che, consapevoli di favorire il clan dei Casalesi, avrebbero offerto la propria identità giuridica per nascondere la riconducibilità effettiva degli investimenti agli affiliati.

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