Il presidente-meme Trump attacca Meloni: la provocazione diventa un boomerang

Ricci (Pd) e Pirondini (M5S) trasformano l’offesa in propaganda

Più che diplomazia, bullismo da tastiera con sigillo presidenziale. Donald Trump ha scelto ancora una volta Truth per prendere di mira Giorgia Meloni, pubblicando una foto insieme alla presidente del Consiglio e la didascalia: «Necessario un ordine restrittivo». Una battuta sguaiata, arrivata alla vigilia del vertice Nato di Ankara, dove il presidente degli Stati Uniti e la premier italiana dovrebbero incrociarsi dopo lo scontro a distanza di giugno.

L’inquilino della Casa Bianca ha trasformato un appuntamento delicato dell’Alleanza atlantica nell’ennesima occasione per fare il bullo con chi non si è piegato alla sua volontà. Trump prova a ridurre il capo del governo italiano a materiale da meme; Meloni, invece, sceglie di non inseguire la provocazione. Da Palazzo Chigi, per ora, nessuna replica. La presidente del Consiglio, spiegano fonti di governo, è al lavoro sui dossier per preparare il summit Nato in Turchia.

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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha richiamato alla solidità del rapporto con Washington: «Credo che noi dobbiamo puntare al fatto che i rapporti con gli Usa sono incrollabili, e non vengono messi in discussione da queste fibrillazioni di cui non è chiara la natura».

Sulla stessa linea il ministro della Difesa Guido Crosetto che ha escluso polemiche: «La mia reazione al nuovo attacco di Trump alla premier Meloni? Nessuna. È fondamentale mantenere i rapporti con gli Usa. Le persone passano ma i rapporti devono rimanere». Poi ha aggiunto: «Non ho pensato a nulla e ho guardato altro».

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Calenda e Sala contro Trump

Carlo Calenda ha condannato senza giri di parole il post del presidente americano. Il segretario di Azione, su X, ha definito Trump «un ignobile bullo da quattro soldi», esprimendo «piena solidarietà alla presidente del Consiglio».

Anche Giuseppe Sala, intervenendo a Sky TG24 Live In a Milano, ha difeso la scelta della premier di non rispondere: «Penso faccia bene la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a ignorare Donald Trump perché non si può fare altrettanto». Il sindaco di Milano ha poi aggiunto: «Di Meloni si può dir tutto, ma politicamente è furba e Trump non cambierà». Per Sala, chi guarda alla politica estera può solo sperare che quella americana sia una fase transitoria: «Speriamo che alle mid term gli diano una botta».

Chi usa l’offesa

Se Piantedosi, Crosetto, Calenda e Sala hanno scelto di difendere l’Italia, c’è anche chi ha preferito guardare al proprio interesse di bottega, persino a discapito della nazione, trasformando l’offesa di Trump in un assist contro Meloni. Non una parola vera sul rispetto dovuto al ruolo, non un soprassalto istituzionale, non un grammo di orgoglio nazionale: solo la tentazione di sacrificare anche la dignità istituzionale sull’altare della propria propaganda.

Matteo Ricci, europarlamentare del Pd, ha scelto infatti di colpire soprattutto la premier: «Meloni ha raccontato per anni di lei come il ponte tra Trump e l’Europa, l’unica in grado di parlare al presidente Usa, invece è diventata soltanto il suo meme preferito». Per Ricci, il post pubblicato alla vigilia del vertice Nato di Ankara dimostrerebbe che «il ponte non c’è mai stato» e che c’è «solo una premier che viene presa in giro».

L’esponente dem ha aggiunto: «Non è la prima volta e non sarà l’ultima». Secondo Ricci, Meloni avrebbe costruito «la propria immagine internazionale basandosi sul presunto rapporto con Trump», confondendo «la subalternità per alleanza». E oggi, ha concluso, «ne paga il conto lei e, purtroppo, di conseguenza, anche il nostro Paese, in termini di credibilità».

Il processo al contrario

Sulla stessa linea Luca Pirondini, capogruppo M5S al Senato. L’inizio sembra persino centrare il punto: «Trump continua a fare il bullo con Giorgia Meloni». Poi però la condanna del bullo diventa subito un processo alla vittima politica dell’attacco. Per Pirondini, sarebbe «la parabola amara di chi, invece di mettere al centro gli interessi nazionali, per due anni ha detto sempre sì a prescindere».

Il senatore M5S ha accusato Meloni di essere arrivata «perfino a candidarlo al Nobel per la pace» e di essere corsa «a Washington per provare a ritagliarsi un posto privilegiato nel suo sistema di relazioni personali». La sintesi scelta è dura: «Da fan numero uno a pungiball di Trump il passo è stato tremendamente breve».

Poi l’affondo sul governo: «Quando questo governo andrà a casa, l’Italia potrà voltare pagina, passando dalla sudditanza all’autorevolezza». Per Pirondini, i rapporti tra Stati e leader non si costruiscono «con ammiccamenti e faccine», ma «con schiena dritta, rispetto reciproco e parità» e con «l’interesse nazionale come unico faro». La fotografia politica resta questa: Trump attacca Meloni con un post sguaiato, provando a trasformare la pressione politica in demolizione personale. Una parte dell’opposizione, invece di fermarsi alla gravità del gesto, sale sul meme americano e lo usa come passerella.

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