Voli Usa dall’Italia contro l’Iran, il pasticcio di Rutte scatena l’opposizione: ma la Nato smonta il caso

Dalle basi italiane solo voli tecnici e logistici

Mark Rutte parla male, l’opposizione capisce quello che le conviene e il governo deve perdere tempo a rimettere in fila i fatti: sui voli americani dall’Italia, la Nato ha poi chiarito che si trattava di supporto tecnico.

Il caso è esploso dopo un’intervista del segretario generale della Nato a Fox News. Rutte ha parlato di almeno 500 aerei statunitensi decollati dalle basi americane in Italia per sostenere l’operazione americana Epic Fury contro l’Iran. «Un numero enorme» di voli, ha detto. Parole pesanti, soprattutto in una fase già delicatissima per i rapporti transatlantici dell’Italia, segnati dallo scontro personale tra il presidente Donald Trump e la premier Giorgia Meloni proprio sul ruolo di Roma nel dossier iraniano.

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L’accusa del tycoon, da giorni, ruota attorno al presunto scarso impegno dell’Italia nel supportare la guerra americana contro il regime degli Ayatollah. La frase di Rutte ha quindi riaperto in pochi minuti il dibattito sull’uso delle basi americane in Italia e sui limiti fissati dalle regole bilaterali. Un terreno complesso, sul quale l’opposizione si è precipitata con l’entusiasmo di chi vede una crepa prima ancora di verificare se esista davvero.

L’opposizione attacca, il governo risponde

La reazione è stata immediata. Le opposizioni hanno chiesto compatte che il governo riferisca in Aula per spiegare cosa sia effettivamente accaduto. Giuseppe Conte, leader del M5s, ha attaccato parlando di «favolette del governo e dei suoi trombettieri» e ha definito «doveroso che la Presidente Meloni venga a fornire necessari chiarimenti al Parlamento e al Paese».

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In serata è arrivata la replica del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha assicurato la disponibilità dell’esecutivo a riferire alle Camere. Per il titolare della Farnesina si è trattato di «una tempesta in un bicchier d’acqua» e il governo è «pronto ad andare in Parlamento a dire tutto quello che deve essere detto con grande trasparenza».

Intanto il ministero della Difesa è intervenuto per evitare che l’uscita di Rutte diventasse, per inerzia politica, una verità acquisita. La Difesa non ha smentito il numero dei voli, ma ha chiarito il punto centrale: si trattava di missioni di sola logistica.

La Difesa: voli autorizzati dai trattati, escluse attività cinetiche

La nota del ministero è stata netta. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha spiegato la Difesa.

Il governo ha ribadito che «l’Italia autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi». Una linea condivisa dall’intero esecutivo, a partire dalla premier Giorgia Meloni.

Poi, a confermare che il problema stava più nella frase di Rutte che nella condotta italiana, è arrivato il ridimensionamento della stessa Nato. Un funzionario dell’Alleanza Atlantica ha precisato che il segretario generale aveva inteso sottolineare come gli Alleati, «tra cui l’Italia», abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli.

Bruxelles corregge il tiro mentre sale la tensione europea

Il caso, però, è rimasto caldo. L’intera Europa si trova alle prese con rapporti difficili con il presidente americano e la vicenda è arrivata alla vigilia di un vertice Nato già annunciato come turbolento. L’uscita di Rutte, considerato molto vicino alle posizioni di Trump, è caduta proprio mentre Meloni atterrava a Berlino per una riunione del gruppo E5 con i leader di Germania, Francia, Regno Unito e Polonia. Alla riunione era prevista anche la presenza dello stesso Rutte, seppur in videocollegamento da Washington.

Il summit di Berlino è stato organizzato in vista del vertice Nato in programma ad Ankara il 7 e l’8 luglio. Da Roma, nel frattempo, l’opposizione ha continuato a cannoneggiare. «Delle due l’una: o Rutte è un bugiardo o Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento e al Paese. A questo punto serve, con urgenza, che la Presidente del Consiglio faccia chiarezza», hanno dichiarato i presidenti dei gruppi parlamentari del Pd Francesco Boccia e Chiara Braga insieme al capo delegazione dem a Bruxelles Nicola Zingaretti.

La Difesa è intervenuta una seconda volta, respingendo l’accusa politica: «Chi accusa il governo di aver mentito al Parlamento dovrebbe prima confrontarsi con i fatti e con le precisazioni ufficiali intervenute successivamente». Infine Bruxelles ha precisato ancora meglio il perimetro delle parole di Rutte: «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica».

Così il caso nato da una dichiarazione improvvida si è chiuso, almeno nei fatti, con un doppio imbarazzo: quello di Rutte, costretto alla correzione di rotta, e quello di un’opposizione che, ancora una volta, ha sparato sul governo prima di attendere le verifiche ufficiali.

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