La premier: «Non possiamo dire che i fondi ci sono solo per la difesa»
Giorgia Meloni mette un freno alla corsa sui fondi per la difesa e sposta il baricentro sul caro energia: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». È questa la linea che Palazzo Chigi prova a tenere mentre resta aperto il confronto con Bruxelles sulla flessibilità di bilancio.
La premier ha indicato il punto politico della partita: gli investimenti militari restano un dossier aperto, ma il governo non vuole apparire concentrato soltanto sulla spesa per la sicurezza. In una fase segnata dalle crisi internazionali e dal peso delle bollette su famiglie e imprese, l’esecutivo rivendica la necessità di distribuire le priorità senza sbilanciarsi su un solo capitolo.
Meloni ha ricordato che la difesa ha comunque un costo: «Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghi». Ma ha aggiunto che lo Stato deve essere in grado di rispondere anche alle emergenze economiche interne: «Se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. E quindi bisogna cercare un equilibrio».
Safe, la richiesta italiana sarà più bassa
La traduzione concreta di questa linea è arrivata in serata da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha spiegato che sul Safe, il programma di prestiti per gli investimenti nella difesa, l’Italia non intende chiedere l’intera quota da 14,9 miliardi. La richiesta sarà più contenuta e riguarderà «soltanto» i progetti già vincolati da contratti firmati, quelli che non possono essere abbandonati.
Secondo Tajani, la scelta è stata assunta da «tutto il governo e tutta la coalizione del centrodestra». Il ministro ha riconosciuto che l’Italia deve rispettare alcuni impegni presi con la Nato, ma ha chiarito il limite politico dell’operazione: «Non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente».
La partita, però, non è chiusa. Nel governo resta aperto il confronto sui margini di utilizzo del Safe. C’è chi fa notare che l’Italia, formalmente, «non ha chiesto nulla» e chi ritiene possibile una richiesta finale pari a circa la metà dei quasi 15 miliardi disponibili a tassi favorevoli.
Il negoziato con Bruxelles sul caro energia
Il dossier difesa si intreccia con quello, ritenuto prioritario, del caro energia. Roma attende da Bruxelles una risposta sulla possibilità di ottenere maggiore flessibilità per finanziare gli interventi contro l’aumento dei costi. Tajani ha parlato di un’attesa fiduciosa: «Speriamo di avere una risposta quantomeno positiva. Ci stiamo battendo, speriamo di avere qualche apertura. Voglio essere ottimista».
Una risposta dell’Unione europea potrebbe arrivare a metà della prossima settimana. Il governo punta all’estensione del campo di applicazione della National Escape Clause, già prevista per gli investimenti in difesa, così da creare margini anche sulle misure per l’energia.
Nello stesso quadro si inserisce la proposta di Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea ed ex ministro di Meloni, di ricorrere ai fondi di Coesione e al Just Transition Fund. Per Roma è una strada possibile, ma non automatica: prima serve una verifica approfondita per capire quante risorse possano essere spostate sul capitolo energia. In ogni caso, l’ipotesi sarebbe parallela allo scostamento che il governo intende perseguire se arriverà il via libera europeo.
Crosetto smentisce le liti, ma resta il pressing
La svolta sul Safe è maturata dopo una riunione di mercoledì a Palazzo Chigi, rivelata dal Messaggero, a ridosso della scadenza del 30 maggio. Il termine, non perentorio, riguarda la sottoscrizione dell’accordo sul prestito necessario a dare piena attuazione al piano di investimento presentato dai singoli Paesi.
Guido Crosetto ha respinto le ricostruzioni su scontri interni all’esecutivo. Prima di partire in missione a Singapore, il ministro della Difesa ha scritto su X: «Nulla di ciò che c’è scritto su liti furibonde o urla sulla spese della Difesa è vero». Ha escluso anche una riunione separata con Meloni: «Non esiste alcuna riunione Crosetto-Meloni. C’è stata una riunione Meloni-Tajani-Salvini-Crosetto-Giorgetti-Fazzolari».
La tensione politica, però, resta percepibile. In questa fase nessuno nell’esecutivo vuole essere identificato con il «partito delle armi». Crosetto, da settimane, spinge soprattutto sul Mef per sbloccare gli accordi sul tavolo. Dopo le parole della premier, da Singapore ha scelto una formula secca: «Meloni ha ragione».




