Quando l’insulto si traveste da superiorità culturale

Il confronto politico trasformato in scontro tra bene e male

C’è una forma di radicalismo che negli ultimi anni ha trovato spazio soprattutto nei salotti culturali e nei commenti d’élite: non urla, non agita piazze, non usa simboli estremi. Fa qualcosa di più sottile. Divide il mondo tra legittimi e impresentabili. E quando accade, il linguaggio politico smette lentamente di essere politica per trasformarsi in una certificazione morale. La vicenda che oggi oppone Tommaso Montanari a Ignazio La Russa non nasce da un semplice eccesso verbale. Quello è il punto finale, non l’origine.

Alla base c’è un clima costruito nel tempo, una postura culturale precisa, dentro cui una parte dell’intellettualità italiana ha progressivamente smesso di considerare la destra come un avversario democratico da contrastare e ha iniziato invece a trattarla come una presenza da delegittimare sul piano etico. È dentro questo schema che si inseriscono le osservazioni di Annalisa Terranova.

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Non tanto una difesa politica di La Russa, quanto un richiamo a qualcosa che nel dibattito pubblico sembra ormai quasi imbarazzante pronunciare: la responsabilità delle parole. Soprattutto quando si occupano posizioni culturali influenti e quando il proprio linguaggio contribuisce a definire il tono generale dello scontro politico. Montanari, ben prima dell’ascesa al governo di Giorgia Meloni, aveva già assunto un ruolo centrale in una battaglia ideologica molto dura contro Fratelli d’Italia.

Il confine tra critica politica e delegittimazione

Una contrapposizione che spesso ha oltrepassato la critica delle idee per entrare in un terreno diverso, più assoluto, quasi escatologico: da una parte chi difenderebbe la Costituzione, dall’altra chi ne rappresenterebbe una minaccia culturale permanente. È un meccanismo antico, in fondo. Succede quando la politica smette di essere letta come conflitto tra visioni differenti e viene reinterpretata come lotta tra il bene e il male. A quel punto ogni forzatura lessicale appare giustificata. Anche l’insulto perde peso, perché viene percepito come moralmente necessario. Persino elegante, a tratti.

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Non è secondario che tra gli episodi ricordati da Terranova ci sia anche la polemica contro il libro «Io sono Giorgia». Non tanto per il valore editoriale del volume, quanto per ciò che quella reazione raccontava: il fastidio verso la stessa idea che una figura politica distante dal proprio universo culturale potesse perfino raccontarsi pubblicamente senza essere immediatamente trasformata in bersaglio simbolico. La questione, allora, supera i tribunali e perfino la cronaca politica quotidiana. Riguarda il modo in cui una parte della cultura italiana ha scelto di interpretare il dissenso.

Negli anni si è costruita una retorica dell’emergenza permanente attorno alla destra, e questa narrazione ha prodotto un effetto collaterale evidente: qualsiasi aggressività verbale diretta contro certi soggetti viene automaticamente derubricata a «antifascismo», a tensione civile, a dovere morale. Ma una democrazia seria non può funzionare così. Se l’insulto cambia gravità a seconda del destinatario, allora non esiste più un principio: esiste solo appartenenza.

La responsabilità di chi alza lo scontro

Ed è qui che la posizione di Montanari mostra la sua fragilità più evidente. Per anni ha alimentato un linguaggio politico esasperato, costruito sull’idea che alcuni interlocutori fossero culturalmente indegni prima ancora che politicamente criticabili. Poi, nel momento in cui quello stesso clima produce conseguenze concrete, arriva la sorpresa, quasi il vittimismo.

È una contraddizione difficile da ignorare. Perché la libertà di parola resta sacrosanta. Sempre. Ma chi sceglie deliberatamente di alzare il livello dello scontro non può fingere stupore quando il conflitto esce dal recinto accademico e diventa qualcosa di più duro, più ruvido, meno controllabile. In politica il linguaggio non è mai neutro. E chi lo incendia per anni difficilmente può presentarsi, all’improvviso, come semplice spettatore delle fiamme.

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