Il campo largo traballa, ma sulle tasse ritrova subito l’equilibrio

Le divisioni interne e i sondaggi frenano la narrazione della rimonta

Sono ripartiti esattamente da dove si erano fermati, ovvero dalla patrimoniale. Qualcuno ha definito la cosa come «il ritorno del partito della patrimoniale». Ma Conte, da qualche tempo, su questo, sembra voler prendere le distanze, sostenendo che l’introduzione di una patrimoniale non è all’ordine del giorno per il M5S. Il carroccio del campo (santo), insomma, invece che consolidarsi è sempre più traballante e rischia anche d’ingolfarsi per l’arrivo di nuovi ospiti.

Prodi è stanco della ex pupilla Schlein e vuole mettere insieme le associazioni cattodem, ostili a Elly come a Conte, agli ordini di Ciani e Delrio e al servizio della sinistra; l’Anm annuncia il salto di qualità e, da sindacato dei magistrati, punta a trasformarsi in partito, alla faccia della terzietà; e anche la Flotilla pensa di tentare il grande passo, mutare pelle e presentarsi alle politiche 2027. Insomma, come dicono gli imbonitori dei circhi: «Venghino, siori, venghino! Che più gente entra, più bestie si vedono!».

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Il campo largo e i numeri dei sondaggi

Senza dire che al voto manca ancora più di un anno e la vittoria, per loro, è tutt’altro che scontata. Ancora di più perché, dopo essersi illusi – con la vittoria del «no» – di aver finalmente invertito la rotta, Schlein, Conte e compagni sono stati tirati giù dal letto dalla Supermedia di YouTrend/Agi, che gli ha ricordato ciò che continuano a non voler vedere: al referendum, come coalizione, il centrodestra aveva ottenuto il 45,2% e il campo largo solo il 44,3%. Il 10,5% in più che ha fatto vincere il «no» non era, e non è, di loro stretta appartenenza e non è detto che ritorni. E, in 15 giorni, il Cds ha già recuperato il ritardo.

Stando ai sondaggi degli ultimi 15 giorni, è cresciuto del +0,4% (totale 45,6), mentre il secondo è calato del -0,4% (39,9%). Sicché, parlare di ritorno sembra quantomeno complicato. Intanto per quanto appena detto, ma anche per il dietrofront di Conte. Di più, non so voi, ma personalmente – a parte gossip, fake news, no a tutti e a tutto – non li ho mai sentiti parlare d’altro che di «patrimoniale». Come se non ce ne fossero già abbastanza. Che, peraltro, ci costano già il 74% in più rispetto al 2005 e, stando all’Ufficio studi della Cgia di Mestre, nel 2024 – ultimo dato conosciuto – hanno garantito all’Erario oltre 52 miliardi di euro annui.

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Il peso delle tasse sul patrimonio

Evidentemente, avendo la memoria corta, tutto questo i lorsinistrati lo hanno dimenticato. Hanno, però, anche la mano lunga e vorrebbero – nel malaugurato caso, ovviamente, dovessero essere loro a vincere – infilarla ancora più a fondo nelle tasche di quelli che, sulla base del patrimonio costruito nel tempo col proprio lavoro, per il quale hanno già pagato le imposte annuali, e non del reddito prodotto, saranno costretti a pagarla.

Ma non siate malfidati. Hanno detto che servirebbero per avere fondi da destinare a sanità, scuola, redditi di pseudo dignità a chi, anziché lavorare, preferisce starsene stravaccato sul divano di casa a spese dello Stato – vero, presidente Fico? – e all’edilizia popolare. Come il Superbonus, che fra frodi e crediti sospetti ha già prodotto un buco nei conti dello Stato di ben 174 miliardi, inghiottendosi tutta la nostra dotazione Pnrr e impedendoci l’uscita dalla procedura d’infrazione europea – vero, Conte? Il tutto in cambio di voti. Con questi signori, insomma, le spese si fanno, ma i risultati non sempre si vedono. E quelli che si vedono non sempre sono positivi e pari all’attesa. Anzi!

Le patrimoniali già presenti in Italia

Del resto, perché stupirsi? In fondo «la politica è l’arte di servirsi degli uomini facendo loro intendere di servirli», scriveva lo scrittore franco-svizzero Louis Dumur all’inizio del Novecento. Eravamo alla fine del XIX secolo e oggi è già trascorso un quarto del XXI. Ma non è cambiato niente. Poiché, però, Schlein e c. hanno dimenticato che in Italia le patrimoniali ci sono, credo sia giusto provare a rammentargliele. Almeno le più significative.

Partiamo dall’Imu, che, con oltre 23 miliardi annui, garantisce il 45% del gettito totale. Ma la quasi totalità va nelle casse dei Comuni; il bollo auto, che garantisce 7,5 miliardi annui; il canone Rai, il cui gettito supera gli 1,9 miliardi di euro annui, rappresentando la principale fonte di ricavo per l’azienda, circa l’80% delle sue entrate, al netto della pubblicità; poi i diritti catastali, le accise sulle benzine, quelle sulle energie elettriche e sui gas da riscaldamento; inoltre, le addizionali regionali e comunali; l’imposta di bollo, 8,9 miliardi; quella di registro, 6,1 miliardi; e ancora quella ipotecaria, che colpisce i trasferimenti di proprietà immobiliari ed è pari al 2% del valore dell’immobile; quella su imbarcazioni e aeromobili. E l’imposta su successioni e donazioni e sulle transazioni finanziarie cosa sono, se non patrimoniali mascherate? Ma dove vorrebbero arrivare?

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