L’Iran apre al dialogo, ma avverte: «No alla sottomissione»
Tra dichiarazioni ottimistiche, nuovi movimenti militari e trattative che proseguono dietro le quinte, il dossier Iran resta apertissimo. Donald Trump sostiene che un’intesa sia a portata di mano, ma intanto sceglie di aumentare ancora la pressione sulla Repubblica Islamica.
La linea della Casa Bianca resta quella del negoziato sotto pressione. Trump continua a ripetere che la guerra con Teheran è «quasi finita» e che un accordo entro la fine del mese è «possibile», anche in vista della tregua che scade il 21 aprile. Ma alle parole affianca una nuova mossa militare: l’invio di altri 10.000 soldati nell’area, nel tentativo di stringere ulteriormente il cerchio attorno alla Repubblica Islamica e accelerare i tempi di un’intesa.
Nel frattempo qualcosa si muove anche sul versante iraniano. Secondo fonti di Teheran sentite da Reuters, l’Iran ha messo sul tavolo la disponibilità a consentire il transito libero delle navi nel lato omanita dello Stretto di Hormuz, senza rischio di attacchi. È uno dei passaggi più delicati dell’intera crisi, insieme al dossier sul programma nucleare.
Il negoziato corre, ma senza proroghe alla tregua
I contatti tra Washington e Teheran, affidati ai mediatori, vanno avanti in modo serrato. La Casa Bianca, però, ha smentito che sia in preparazione un’estensione di due settimane del cessate il fuoco per dare più spazio alla diplomazia. L’ipotesi sul tavolo resta quella di un nuovo round già la prossima settimana, anche se non esistono ancora né una data definita né una sede ufficiale.
Tra le possibili località torna Islamabad, ma prima del 18 aprile non se ne farà nulla. In quei giorni il premier pachistano Shehbaz Sharif sarà impegnato tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia per uno «scambio di vedute» sulla situazione. Intanto il Pakistan si è già mosso: a Teheran sono stati inviati il ministro degli Interni Mohsin Naqvi e il capo delle forze armate Asim Munir, che Trump ha più volte indicato come il suo «preferito». Il loro compito è consegnare un messaggio americano e preparare il terreno per il prossimo incontro. Quando i colloqui riprenderanno, gli Stati Uniti dovrebbero tornare al tavolo con il vicepresidente JD Vance e con gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner.
Teheran apre al dialogo, Trump rivendica la forza
Per ora i punti da sciogliere non cambiano: il programma nucleare iraniano e la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le trattative degli ultimi giorni, tuttavia, fanno intravedere almeno un possibile riavvicinamento.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha provato a fissare la posizione di Teheran: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità» e sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ma non accetterà di essere «costringere alla sottomissione». È il segnale di una disponibilità al confronto, accompagnata però dal rifiuto di qualsiasi resa imposta.
Trump legge invece questa fase come la conferma che l’avversario voglia chiudere. «Credo che vogliano raggiungere un accordo a tutti i costi», ha detto il presidente americano, tornando anche a rivendicare la superiorità militare degli Stati Uniti. «Li abbiamo pestati pesantemente» e «se ce ne andassimo ora, avrebbero bisogno di 20 anni per la ricostruzione», ha aggiunto.
La Cina in campo e il fattore politica interna Usa
Attorno al negoziato si muovono anche altri attori internazionali. La Cina continua a seguire il dossier in prima linea. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi ha parlato con il capo della diplomazia cinese Wang Yi dei progressi registrati nelle trattative. Da Pechino è arrivato un messaggio netto: sostegno allo «slancio dei negoziati», ma nessun aiuto militare all’Iran.
A confermarlo, secondo Trump, sarebbe stato lo stesso presidente cinese. Il tycoon ha raccontato di avergli scritto per chiedere chiarimenti sulle indiscrezioni circolate e di aver ricevuto una risposta nella quale, «essenzialmente», negava qualsiasi fornitura di armi a Teheran. «Xi mi ha detto che non stanno fornendo armi a Teheran», ha assicurato Trump, spingendosi poi oltre con una battuta sulla sua futura visita in Cina: «Mi darà un grande abbraccio fra qualche settimana».
La fretta della Casa Bianca non dipende solo dal piano internazionale. Trump sa che il conflitto si sta trasformando in un terreno rischioso anche sul fronte interno. Pesano il calo dei sondaggi, le difficoltà dei repubblicani e le critiche che arrivano da una parte della sua base Maga. A questo si aggiunge un altro elemento politico decisivo: se l’operazione militare supera i 60 giorni, la legge impone il via libera del Congresso. La scadenza cade alla fine del mese e molti conservatori hanno già avvertito che il presidente dovrà rispettarla.
Non è escluso, infine, che Trump voglia chiudere il capitolo Iran anche per liberare spazio su un altro dossier considerato prioritario: Cuba. Secondo quanto filtra, il Pentagono starebbe già predisponendo piani militari per l’isola, così da farsi trovare pronto nel caso in cui il commander-in-chief decidesse di andare avanti.




