Scacco al clan dei Casalesi, torna libero in Spagna il nipote del boss Zagaria

Il giudice lo libera con obbligo di firma

Per gli inquirenti era una sorta di ambasciatore all’estero degli affari illeciti del clan Zagaria; per il momento, però, Filippo Capaldo lascia il carcere dopo la decisione del giudice spagnolo seguita all’arresto eseguito a Tenerife.

La scarcerazione è stata disposta dal giudice spagnolo, che ha imposto a Capaldo alcuni obblighi, tra cui la firma. Il nipote di Michele Zagaria, difeso dall’avvocato Giuseppe Stellato, era stato fermato lunedì in Spagna nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Caserta. Nello stesso blitz sono finiti in carcere anche gli zii Carmine e Antonio Zagaria, fratelli di Michele, residenti nel Casertano tra San Marcellino e Castel Volturno.

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Capaldo, figlio di Beatrice Zagaria, è indicato dagli investigatori come il nipote prediletto del capoclan Michele Zagaria. Su di lui pesa un profilo già segnato da precedenti condanne: sentenze passate lo hanno riconosciuto come capo del clan Zagaria. Dopo la scarcerazione per fine pena nel 2019 si era trasferito a Tenerife, dove aveva avviato attività commerciali con soldi ritenuti provento dei business illeciti. Secondo la Dda, avrebbe gestito la cassa comune del clan e curato fuori dall’Italia gli investimenti ritenuti funzionali al riciclaggio, soprattutto nel settore immobiliare e nella ristorazione.

Il denaro del clan tra Dubai, Spagna e Italia

L’inchiesta ricostruisce un sistema basato su vendite fittizie di immobili di lusso e su triangolazioni di denaro tra Dubai, la Spagna e l’Italia. È in questo schema che gli inquirenti collocano il ruolo di Capaldo, ritenuto una figura centrale per la proiezione all’estero degli affari del clan Zagaria, l’ala più imprenditoriale del clan dei Casalesi.

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Le indagini della Dda di Napoli, dei Carabinieri del Comando provinciale di Caserta e del Ros di Napoli hanno portato il 30 marzo a 23 arresti. Tra i destinatari della misura ci sono, oltre a Capaldo, anche Carmine e Antonio Zagaria, ritenuti reggenti del clan. Al centro della ricostruzione investigativa c’è la compravendita, poi risultata fittizia, di un immobile di lusso a Dubai del valore di 560mila euro. I fatti contestati risalgono al dicembre 2022 e ai primi mesi del 2023.

Secondo quanto emerso, sarebbe stato proprio Capaldo ad acquistare l’immobile, intestandolo però al cognato Vincenzo Pellegrino, indagato. Le intercettazioni riportano più riferimenti dello stesso Pellegrino alla casa di lusso e, sempre secondo l’accusa, fanno emergere sia le manovre relative alla vendita sia l’interesse di Capaldo per l’operazione.

La vendita ritenuta fittizia e i soldi trasferiti a Tenerife

Il terzo nome indicato nell’indagine è quello di Armando Orlando, 79 anni, esponente del clan Polverino di Marano di Napoli. Orlando è indagato ma non arrestato per il raggiungimento del limite di età previsto dalla legge. È inoltre titolare della Insuta, società immobiliare con sede a Tenerife.

La sequenza ricostruita dagli investigatori parte dal preliminare di vendita dell’immobile di Dubai, firmato da Orlando e Pellegrino. In quella fase Orlando versa al venditore 200mila euro di caparra tramite bonifico, dopo aver ottenuto la somma dalle banche con la causale dell’acquisto della casa. Da lì, secondo gli inquirenti, prende forma la redistribuzione del denaro.

Una parte della somma, pari a 125mila euro, viene infatti trasferita da Pellegrino alla Jolly Market di San Marcellino, in provincia di Caserta, società che gestisce un supermercato ed è controllata da Alfonso Ottimo, uomo di Carmine Zagaria arrestato nel blitz di lunedì 30 marzo. Per gli investigatori, a quel punto il denaro sarebbe già nella disponibilità del clan. Restava però un altro passaggio: far arrivare i soldi a Capaldo.

Per questo, sempre secondo la ricostruzione della Dda, Pellegrino risolve il preliminare e restituisce al compratore fittizio Orlando l’altra parte della somma. Dalle intercettazioni emerge che Orlando si sarebbe impegnato a consegnare a Capaldo il denaro contante, anche tramite borsoni. Quelle somme, secondo l’accusa, sarebbero poi confluite nella Enza Oro Cafè, società creata da Capaldo a Tenerife e intestata alla moglie, e sarebbero state utilizzate anche per un Lounge Bar. Non solo. Per gli inquirenti, Capaldo avrebbe gestito la cassa comune del clan e curato all’estero investimenti ritenuti funzionali al riciclaggio del denaro proveniente da estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga e appalti pubblici.

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