Alfredo Cossu a ilSud24.it: «Il teatro è la mia seconda casa, il mio primo amore»

La recitazione? Una passione nata da bambino e cresciuta sul palco

Alfredo Cossu ha iniziato prestissimo, quasi senza accorgersene e racconta a ilSud24.it che il suo interesse per la recitazione nasce quando aveva appena quattro o cinque anni, durante le mattine passate a teatro con il padre, autore di testi teatrali. «Ricordo soprattutto l’odore del teatro chiuso», spiega. «Non saprei dire se fosse piacevole o no, ma era qualcosa che sentivo familiare, sono quegli odori che forse solo chi era destinato a fare questo mestiere li riconosce. Da lì ho capito che quello sarebbe stato il mio posto. Il teatro è stato il mio primo amore e questo aneddoto dell’odore è una cosa che mi accompagna sempre, tuttora lo sento».

Paure, crescita e consapevolezza nel mestiere

Come molti giovani attori, anche Cossu ha dovuto affrontare insicurezze e paure. «All’inizio avevo paura di mettermi in gioco. Sono una persona timida e non ho scelto questo mestiere per diventare estroverso». Col tempo, però, qualcosa cambia. «Grazie all’esperienza e ai maestri ho acquisito più consapevolezza. Le difficoltà ci sono ancora, ma oggi le affronto in modo diverso». Un percorso costruito con metodo e determinazione: «Cerco sempre di migliorare, di andare avanti».

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Uno dei temi più interessanti riguarda il rapporto tra attore e personaggio e quanto di sé si porta in scena: «Qualcosa di personale c’è sempre, anche inconsciamente, ma il rischio è portare il personaggio troppo verso di sé, invece bisogna capirlo, entrare in empatia, senza giudicarlo», racconta.

Nel film «La salita», interpreta Emanuele, un giovane detenuto: un ruolo molto distante dalla sua esperienza personale. «Ho dovuto dimenticare Alfredo e provare a vivere come lui, capire il suo passato e cercare di comprendere a 360 gradi lui e il suo modo di pensare». Per Cossu, recitare significa soprattutto avere la possibilità di essere altro: «Questo lavoro ti permette di essere ciò che nella vita non potrai mai essere e la bellezza sta proprio qui. Anche se solo per 5 minuti o un’ora, avere la possibilità di essere qualcun altro, di trasformarti e di rompere anche quella monotonia quotidiana».

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Una trasformazione continua, che diventa anche un modo per raccontare la complessità delle persone: «Oggi siamo in una società che giudica molto. L’attore invece deve dare voce a tutti, senza distinguere tra buoni e cattivi».

Il valore sociale del teatro in carcere

Nel parlare de «La salita», l’attore sottolinea l’importanza della storia raccontata, legata al teatro in carcere e alla figura di Eduardo De Filippo. «È interessante vedere un lato meno conosciuto di Eduardo», spiega. «E soprattutto raccontare una realtà come quella delle carceri, dove spesso manca qualsiasi stimolo». Il problema principale è proprio la mancanza di opportunità: «Senza qualcosa di costruttivo, è difficile cambiare davvero. Servirebbero più occasioni per scoprire nuove strade, mostrare loro che possono impegnarsi in qualcosa che sia costruttivo e soprattutto di non perderlo una volta usciti dal carcere».

Sul futuro, però, preferisce non sbilanciarsi troppo: «Non so come sarò tra dieci anni, ci penserò quando arriveranno». Un obiettivo, comunque, c’è: «Vorrei fare questo lavoro a tempo pieno. E magari avere una mia compagnia teatrale». A chi sogna di intraprendere questa strada, Cossu lascia un suggerimento semplice ma significativo: «Non perdere mai il proprio lato bambino». Un riferimento diretto a Peter Pan, il suo preferito: «Bisogna restare in contatto con quella parte, continuare a immaginare e a mettersi in gioco. Seguire sempre la seconda stella a destra».

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