Il presidente riconosce la sconfitta e rilancia il potere di veto
Le elezioni americane di metà mandato segnano una pesante battuta d’arresto per Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti perde il controllo del Congresso, con i democratici che conquistano la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Il voto del 3 novembre arriva in un momento particolarmente delicato per la Casa Bianca, tra la guerra in Iran, le tensioni internazionali e il rincaro dei carburanti. La sconfitta repubblicana assume dimensioni ancora più significative alla luce dei risultati ottenuti dall’opposizione in Stati tradizionalmente conservatori, dal Texas al Kansas, fino alla South Carolina.
- Dal Texas al Kansas, le vittorie storiche dei democratici
- I democratici avanzano anche nelle elezioni dei governatori
- Trump minimizza la sconfitta: «Non ero sulla scheda elettorale»
- Il presidente rilancia il potere di veto
- Guerra in Iran e caro benzina, le parole di Trump
- La reazione dell’Iran: «Gli americani hanno detto no alla guerra»
- Congresso ai democratici, nuova maggioranza da gennaio
I democratici hanno conquistato almeno 51 seggi al Senato, raggiungendo la soglia necessaria per la maggioranza, e superato anche quella dei 218 seggi alla Camera dei rappresentanti. Lo scrutinio prosegue in alcune circoscrizioni, ma il passaggio del Congresso all’opposizione è ormai definito.
Dal Texas al Kansas, le vittorie storiche dei democratici
Tra i risultati più significativi figura quello del Texas, dove James Talarico ha sconfitto il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, sostenuto da Trump. I democratici non conquistavano un seggio texano al Senato dal 1988. Ancora più lunga l’attesa in Kansas, dove Adam Hamilton ha prevalso sul senatore uscente Roger Marshall, interrompendo un digiuno elettorale che durava dal 1932.
Un’altra vittoria importante arriva dalla South Carolina, dove Annie Andrews ha sconfitto Darline Graham, sorella del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto lo scorso luglio. La candidata conservatrice era stata nominata per completare il mandato del fratello. Il risultato assume particolare rilievo in uno Stato che alle presidenziali del 2024 aveva assegnato a Trump un vantaggio di circa 18 punti percentuali.
In Ohio, il democratico Sherrod Brown ha sconfitto Jon Husted, riconquistando un seggio perso nel 2024. In North Carolina, l’ex governatore Roy Cooper ha battuto il repubblicano Michael Whatley, mentre nel Maine Troy Jackson ha prevalso sulla senatrice uscente Susan Collins. Successo democratico anche in Iowa, dove Josh Turek ha conquistato un seggio precedentemente controllato dai repubblicani.
Nel Michigan, il progressista Abdul El-Sayed ha sconfitto Mike Rogers, diventando il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. In Georgia, invece, Jon Ossoff ha ottenuto la rielezione contro il repubblicano Mike Collins. Resta da completare lo scrutinio in Alaska, dove Mary Peltola sfida il senatore repubblicano Dan Sullivan.
I democratici avanzano anche nelle elezioni dei governatori
Il successo democratico riguarda anche le amministrazioni statali. In Texas, Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano uscente Greg Abbott, diventando la prima donna di origine latinoamericana eletta alla guida dello Stato.
In Georgia, Keisha Lance Bottoms ha battuto Rick Jackson, mentre in Ohio Amy Acton ha conquistato il governatorato superando il repubblicano Vivek Ramaswamy. In Iowa, Rod Sand ha ottenuto un’altra importante affermazione per i democratici. Il partito ha mantenuto inoltre il controllo di Stati come California e New York, mentre in Florida i repubblicani sono riusciti a conservare il governatorato.
Trump minimizza la sconfitta: «Non ero sulla scheda elettorale»
Il presidente americano ha respinto l’idea che i risultati rappresentino una bocciatura personale. «Non ero sulla scheda elettorale e se lo fossi stato, avremmo vinto in modo schiacciante», ha scritto su Truth Social, attribuendo le sconfitte ai candidati repubblicani.
Parlando con Fox News, Trump ha assicurato di non considerare il risultato «un attacco personale», rivendicando l’operato della sua amministrazione. «Abbiamo avuto i due anni migliori della storia della presidenza in termini di economia e di tutto ciò che abbiamo realizzato», ha sostenuto.
Il presidente ha comunque riconosciuto il risultato elettorale. Al New York Times ha dichiarato di essere «assolutamente pronto ad accettare i risultati», manifestando disponibilità a collaborare con i democratici. Su Truth Social ha inoltre annunciato che commenterà le ragioni delle vittorie e delle sconfitte dei candidati repubblicani. «Diventerò un commentatore politico, nel bene e nel male, sui motivi per cui questi candidati hanno vinto e perso», ha scritto.
Il presidente rilancia il potere di veto
Trump ha già indicato come intende affrontare il nuovo equilibrio parlamentare. Alla vigilia delle elezioni aveva sottolineato di poter ricorrere al veto presidenziale per bloccare le leggi approvate dai democratici. «È uno dei poteri più forti che un presidente abbia», aveva osservato, descrivendo il possibile confronto con il Congresso: «Mi mandano proposte assurde e io pongo il veto. E dopo un paio di mesi di veti, si mettono a dire: “Come possiamo realizzare queste cose?”. E lavoriamo insieme».
Dopo qualche ora di silenzio sui social, il presidente ha pubblicato l’immagine di un cappellino rosso in stile Maga con la scritta «Veto», un riferimento esplicito allo strumento costituzionale che resterà a sua disposizione anche con il Congresso controllato dall’opposizione.
Guerra in Iran e caro benzina, le parole di Trump
Nelle interviste successive al voto, il presidente americano ha affrontato anche la questione della guerra in Iran e delle sue conseguenze economiche. Parlando con il Wall Street Journal ha riconosciuto che «l’Iran è una parte del problema», continuando tuttavia a difendere la scelta dell’intervento militare: «Ho fatto la cosa giusta e la rifarei».
A Politico ha ribadito di essere «totalmente convinto» che la decisione sull’Iran fosse corretta per gli interessi a lungo termine degli Stati Uniti e del mondo. Trump ha poi collegato il malcontento degli elettori all’aumento dei prezzi dei carburanti. «Il caro benzina è stato causato dall’Iran», ha dichiarato a Fox News, sostenendo che i rincari abbiano oscurato i risultati economici della sua amministrazione.
«Abbiamo la più grande economia di sempre. Nel mio primo mandato avevo la migliore economia, ma questa la supera di gran lunga», ha affermato. Secondo il presidente, a causa del costo della benzina gli americani non sarebbero riusciti a percepire pienamente i progressi economici rivendicati dalla Casa Bianca.
La reazione dell’Iran: «Gli americani hanno detto no alla guerra»
Il risultato delle elezioni americane ha provocato una reazione anche a Teheran. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha commentato su X l’affermazione dei democratici. «Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto no alla guerra e noi sosteniamo questo messaggio», ha scritto Ghalibaf. Il rappresentante iraniano ha poi rivolto un avvertimento agli Stati Uniti: «Se il governo degli Stati Uniti tradirà la volontà popolare per servire i finanziatori e i ricattatori internazionali, imparerà che il nostro “no” porta con sé un incubo».
Congresso ai democratici, nuova maggioranza da gennaio
Il nuovo Congresso entrerà in carica nel gennaio 2027. I democratici controlleranno entrambe le assemblee per gli ultimi due anni del mandato presidenziale di Trump. Il presidente conserverà il potere di veto sulle leggi approvate dal Congresso, mentre le nuove maggioranze democratiche potranno bloccare provvedimenti, esercitare un maggiore controllo sull’amministrazione e avviare indagini parlamentari. Per superare un eventuale veto presidenziale sarà necessaria una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Il nuovo assetto istituzionale accompagnerà dunque Trump fino alla conclusione del suo secondo mandato, prevista per gennaio 2029.




