Il presidente rivendica la scelta militare e respinge i ripensamenti
Prima ancora delle conseguenze sul Congresso, la sconfitta elettorale di Donald Trump scatena tensioni nel Partito repubblicano. La guerra in Iran finisce sotto accusa, insieme ai dazi e alle scelte economiche della Casa Bianca. «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra», ha scritto su X il vicepresidente JD Vance. Trump non ha mostrato ripensamenti: «Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei». Il presidente ha sostenuto che l’intervento militare fosse necessario per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Ha anche attribuito parte della sconfitta all’incapacità dei candidati repubblicani di beneficiare del consenso personale raccolto durante i suoi comizi.
I repubblicani chiedono un cambio di rotta
Le tensioni non si limitano al confronto sulla guerra. Secondo la Reuters, alcuni esponenti e strateghi repubblicani hanno sollecitato una revisione delle politiche dell’amministrazione, chiedendo cambiamenti anche nella squadra di governo. Tra le questioni contestate figurano i dazi commerciali, le ripercussioni economiche del conflitto iraniano e le decisioni che avrebbero contribuito ad allontanare una parte dell’elettorato.
La conquista della maggioranza alla Camera e al Senato da parte dei democratici modifica gli equilibri istituzionali a Washington. La nuova composizione del Congresso, che si insedierà a gennaio, consentirà all’opposizione di esercitare un maggiore controllo sull’attività dell’amministrazione e di ostacolarne le iniziative legislative. Trump conserva il potere di veto e importanti prerogative in materia di politica estera, strumenti che gli consentiranno di mantenere un ruolo centrale anche nel nuovo assetto parlamentare.
Un ulteriore elemento riguarda la guida dei repubblicani alla Camera. Secondo l’Associated Press, Mike Johnson non intenderebbe ricandidarsi alla leadership del gruppo, aprendo la prospettiva di un avvicendamento dopo la sconfitta elettorale. Il possibile cambio ai vertici si inserisce nella discussione sulla strategia che il partito dovrà adottare nei rapporti con la Casa Bianca e con la nuova maggioranza democratica.
Meloni: «Gli Stati Uniti sono un alleato fondamentale a prescindere da chi li governa»
Le elezioni americane hanno suscitato reazioni anche in Europa, dove i governi seguono con attenzione le possibili conseguenze sui rapporti con Washington, sulla sicurezza internazionale e sulle relazioni commerciali.
In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che i rapporti con Washington resteranno invariati. Al Quotidiano Nazionale ha spiegato: «Per i rapporti tra Italia e Stati Uniti non cambia nulla: per noi gli Usa sono un alleato fondamentale indipendentemente da chi li governa o dalle maggioranze parlamentari». La premier ha anche criticato l’atteggiamento delle opposizioni: «A differenza della sinistra, che ora riscoprirà, come per magia, che gli Stati Uniti sono un grande alleato». Meloni ha escluso cambiamenti nella collaborazione tra Roma e Washington, confermando una linea che distingue le relazioni tra i due Paesi dagli equilibri della politica interna americana.
In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha commentato il nuovo equilibrio politico americano durante un incontro economico a Berlino: «Negli ultimi due anni Trump ha governato in larga misura aggirando il Congresso. Perché dovrebbe essere diverso adesso?». Merz ha richiamato i poteri che la Costituzione americana attribuisce al presidente, pur riconoscendo che il risultato elettorale potrà incidere sulle decisioni di bilancio e sulle spese militari.
Regno Unito, Spagna e Commissione europea
Nel Regno Unito, il primo ministro Andy Burnham ha accolto il riconoscimento dei risultati elettorali da parte del tycoom: «Il presidente Trump ha accettato i risultati e credo che il mondo abbia ora un’opportunità per unirsi attorno alla questione che ci riguarda tutti: il costo della vita». Il premier britannico ha collegato le difficoltà economiche al conflitto mediorientale: «Non posso ridurre la pressione del costo della vita sulle persone finché il conflitto in Medio Oriente non sarà risolto». Burnham ha auspicato una riduzione delle tensioni e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
In Spagna, il presidente del governo dimissionario Pedro Sánchez ha affidato a X la propria lettura del risultato americano: «Ieri la società americana ha votato contro le politiche che impoveriscono. Contro l’odio. Contro il maschilismo. Contro il negazionismo climatico e contro i privilegi delle élite». Il leader socialista, che guida l’esecutivo per gli affari correnti in attesa delle elezioni anticipate del 29 novembre, ha aggiunto: «È successo in Brasile. È appena successo negli Stati Uniti. E succederà presto in Spagna».
Da Bruxelles, la Commissione europea ha ribadito il rispetto per la volontà espressa dagli elettori americani. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha precisato: «Non commentiamo i risultati delle elezioni. Rispettiamo la volontà democratica dei cittadini espressa attraverso il voto, com’è avvenuto negli Stati Uniti d’America, e naturalmente consideriamo gli Stati Uniti nostri stretti alleati e partner. Continueremo i nostri contatti».
Ora per Trump la difficoltà più immediata resta interna: affrontare un Congresso controllato dai democratici e le richieste di cambiamento provenienti dal suo stesso partito, senza rinunciare alle scelte di politica estera che hanno contribuito ad alimentare il malcontento degli elettori.




